@fotoforfake

Finzioni dal mondo del reale #1

G. Winogrand, New Mexico, 1957

G. Winogrand, New Mexico, 1957

di Alessandro Pagni
@ale_pagni

Figments from the real world.
Un titolo che è un tributo, in primis a due esponenti di una stagione della fotografia che ha segnato il confine netto fra due mondi della visione: quello rassicurante e affettato del monumentale progetto di Edward Steichen, The Family of Man, e il mondo del “dopo”, quello della rilettura con occhi smaliziati di ciò che ci passa accanto ogni giorno e di quello che ci sbrana dentro: John Szarkowsky e Garry Winogrand.
In secondo luogo è un tributo a un modo di intendere la fotografia, all’imperativo di “guardare meglio”, nel senso di serietà e consapevolezza, di non restare mai al sicuro in superficie.
Nel 1988 Szarkowski (direttore della sezione fotografica del MoMA dal 1962 al 1991, ricoprendo l’incarico che era stato appunto di Steichen fino a quel momento), sceglie questo titolo (Winogrand: Figments from the real world) per il catalogo che accompagnò la mostra retrospettiva in onore di Winogrand (scomparso prematuramente), con la scintilla di esattezza e lungimiranza che contraddistingue tutti i suoi testi.

Un’ immagine in particolare di questa raccolta, ha saputo insinuarsi in quel luogo di frontiera, difficile da individuare, che si colloca fra l’istinto e la riflessione, dove si è scavata una sua sicura trincea, per tornare ad aggredirmi a tradimento quando le mie difese sono abbassate.
New Mexico, 1957 è considerato da alcuni storiografi del medium, uno scatto atipico rispetto alla produzione bulimica dell’egocentrico fotografo americano, eppure lo stesso Szarkowski l’ha scelta come cover del volume che dà il titolo a questo post, come a indicare, al di là di ogni speculazione, quale fosse il perno sui cui si reggeva il mondo immaginario di questo personaggio.
Molti dei momenti rubati da Winogrand (perché è “rubare” il termine che più si addice alla sua cleptomania di attimi), raccontano strade affollate, manifestazioni e interazioni continue fra esseri umani (e animali talvolta), ambigue, spesso stridenti, dove un caos di contenuti in certi casi collide, come una congiunzione astrale, riuscendo a riassumere in singoli frame, il senso del mondo e del tempo in cui vive.

«Nel volgere enfaticamente l’idea documentaria verso l’interno su se stesso, mentre ancora rivolge la macchina fotografica documentaria all’esterno sul mondo, Winogrand faceva venire alla superficie una nuova conoscenza della realtà di entrambi» [1]

In New Mexico, siamo lontani dai rumori dei pensieri altrui: una strada di periferia, una porzione di abitazione, ripresa solo per un terzo dell’immagine, come qualcosa che sta già passando, come se una forza oscura ci attirasse oltre, al limitare del mondo (nel senso di civiltà), per poi pietrificarci improvvisamente di fronte a quel margine e intimarci di osservare con attenzione.
A destra dell’immagine uno sconfinato deserto, inospitale, sormontato da promontori sempre più alti e aspri, progressivamente più scuri e inquietanti, sotto un cielo che sta radunando sopra i nostri occhi ebeti, nubi minacciose.
A sinistra la discesa di un garage, la demarcazione fra due mondi in disaccordo: un triciclo rovesciato, che presuppone un “prima”, un moto improvvisamente interrotto; in cima alla discesa si staglia, contro il buio cieco del vano, la figura di un bambino bruciata da una luce feroce, e un’altra che resta nella penombra, anche lei stagliata sul suo impalpabile confine, che suona come un punto interrogativo.
C’è un silenzio definitivo che avvolge questa fotografia, un silenzio di gelatina d’argento che si somma ai lunghi silenzi di un uomo spaventato, dai troppi fallimenti personali che hanno minato la sua esistenza, dall’impressione di instabilità che prova nei confronti del periodo storico che sta attraversando la sua nazione e dall’inadeguatezza, dalla peculiarità ferina dell’essere umano, che in ogni suo scatto diventa sempre più evidente.
Questa immagine, nella sua totale assenza di azione, indica la percezione di un presagio, qualcosa che resta sospeso per sempre nell’attimo immediatamente precedente all’inevitabile, che sembra poter succedere, sebbene non se ne conosca la natura e sebbene poi non accada mai.
Parlando di questa e di un’altra fotografia di pochi anni posteriore, Carl Chiarenza non ha dubbi:

«Sono immagini agghiaccianti, eppure non c’è nessun reale “segno” di violenza, neanche di disgrazia. Sono tra le fotografie più immobili che io conosca. Hanno un’aura di malvagità latente che comunica ansietà, la sensazione di essere in presenza di una forza sconosciuta che sta per palesarsi» [2]

Pensate a come debba essere, prolungare all’infinito la paura di qualcosa, senza mai darle modo di esplodere nella sua naturale conseguenza.
Non riesco a immaginare una tortura peggiore.

Garry Winogrand è l’eccezione che conferma la regola.
Quale regola?
Che il Sacro Graal di ogni fotografo, il famoso “attimo decisivo”, non esiste, quantomeno a un livello consapevole; e se esiste, il più delle volte, ha un nome differente.
Winogrand era un fotografo compulsivo, così prolifico che solo un terzo, forse anche meno, del suo archivio di scatti, è stata pubblicato, stampato, o addirittura sviluppato e visionato: neppure si occupava personamente, per la pubblicazione dei suoi libri, della scelta delle immagini e della loro impaginazione (lo ha fatto egregiamente per suo conto Tod Papageorge). C’è un video dove possiamo vederlo prelevare da cassetti e scatole, sacchi pieni di pellicola impressionata e mai sviluppata, ma non dobbiamo pensare a quel materiale come ad un tesoro sepolto, è più giusto intenderli come passaggi chiave del suo modus operandi.
Il momento decisivo, nel suo caso, è un momento fortuito, un allineamento astrale cercato con ostinazione, sicuramente aiutato dalla pratica continua e da una ormai solidissima pre-visualizzazione: le cose semplicemente accadevano, di fronte ai suoi occhi di infaticabile esploratore e lui si limitava a registrarle.
Immagino quante periferie abbia percorso, come un cane da fiuto, fino ad giungere, in un giorno qualsiasi, a questa piega temporale e con quel sorriso perdutamente triste, abbia congelato in una finzione il senso del vero, con un semplice click.
Lasciando che gli altri, un giorno, facessero il resto.

[1] C. Chiarenza, Restando all’angolo. Riflessioni sullo sguardo fotografico di Winogrand: specchio di sé o del mondo?, in Documenti e finzioni. Le mostre americane negli anni Sessanta e Settanta. Istituzioni e curatori protagonisti fra East Coast e West Coast, a cura di M. A. Pellizzari, Torino, Agorà editrice, 2006, p. 144.
[2] C. Chirenza, Restando all’angolo, p. 159.

Approfondimento: C. Chiarenza, Restando all’angolo. Riflessioni sullo sguardo fotografico di Winogrand: specchio di sé o del mondo?, in Documenti e finzioni. Le mostre americane negli anni Sessanta e Settanta. Istituzioni e curatori protagonisti fra East Coast e West Coast, a cura di M. A. Pellizzari, Torino, Agorà editrice, 2006, pp.143-168.

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Questa voce è stata scritta da AlessandroPagni e pubblicata il febbraio 6, 2013 su 4:26 pm. È archiviata in Fakers con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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