@fotoforfake

Pizzette e plotoni d’esecuzione

Crazy-Photographer1

di Alessandro Pagni
@ale_pagni

Sabato scorso sono stato alla Villa Medicea di Artimino (PO), splendida cornice per una giornata (una delle due previste) all’insegna della fotografia.
Più che all’insegna della fotografia, si è rivelata un’iniziativa all’insegna della vendita con dimostrazione, in stile Tupperware, di materiale di altissima qualità per realizzare e veicolare fotografie: banchi ottici, obiettivi, bank e flash di ogni genere, supporti per gestire la realizzazione di video con le fotocamere di ultima generazione, album fotografici di ogni sorta per cerimonie e ricorrenze, attrezzature da studio di posa, elicotteri radiocomandati per fotografie aeree, macchine per le bolle di sapone (!?!).
Attrezzatura da professionisti.
Perché la fotografia è anche, giustamente, un lavoro.
Anche l’imbonimento mascherato da didattica è stato all’altezza degli sponsor: persone preparate, coinvolgenti, addirittura coreografiche.
Gente che ti mostra un oggetto e ha il dono di farti pensare: «devo assolutamente averlo!»
Vendere è un’arte, loro lo sanno.
Vendere ai fotografi che, consapevoli o meno, sono venditori a loro volta, è un’arte moltiplicata “al quadrato”.

Non critico questo, fa parte del gioco, la fotografia si compone per un 50% di perizia tecnica, strumenti, possibilità economiche: non si può negare, la filiera che va dallo scatto, passando per la post-produzione, fino alla stampa, è lastricata di “mila euro” e la qualità del risultato, della trasposizione su supporto fisico, è un imperativo che va a braccetto con il concetto di competitività, gli studi e le botteghe lo sanno, le gallerie lo pretendono, l’ego fallico lo esige.
Per il restante 50%, la fotografia si fonda sullo sguardo, la creatività, la conoscenza di ciò che c’è stato prima, per sapere dove si vuole andare.
E sarebbe auspicabile, per godere davvero della fotografia con un futuro, quella che ci sopravviverà (a tal proposito consiglio la lettura del post di Fotocrazia di lunedì), che queste percentuali fossero distribuite in parti uguali nella formula alchemica che può trasformare un uomo in fotografo.

Nel caso di uno sbilanciamento delle forze in campo, il rischio è quello di scivolare verso due opposte derive, parimenti sgradevoli: essere un tecnico e artigiano perfettamente competente ed equipaggiato, che non aggiunge niente al senso intimo del produrre immagini, edificando continuamente stanze vuote che odorano di déjà vu; o al contrario, avere buone idee, parlare una lingua (fotografica, visiva) cosciente del proprio ceppo, ma inserita in un discorso contemporaneo che sappia scuotere, senza però riuscire a superare l’esame della parete. La fotografia è anche un oggetto fisico che, all’interno dello spazio a lei assegnato, deve essere in grado di significare, non va scordato.
Due momenti della giornata pratese di sabato, in tema di affluenza, mi hanno dato l’esatta percezione dei limiti e dei ritardi della fotografia italiana, così come viene intesa dalla maggior parte degli addetti ai lavori, rispetto all’approccio nei confronti delle arti visive di altri paesi europei ed extra-europei.
Il primo riguardava uno degli incontri proposti dal programma dell’evento: l’intervento dal titolo Miti, forme e luci dentro alla fotografia contemporanea a cura del artista-fotografo Davide Conti e della storica dell’arte Ilaria Rossi.
La cosa che mi ha un po’ intristito è stato constatare che, quando finalmente l’ossidoriduzione sembrava bilanciarsi, con un discorso sul linguaggio, la progettualità, le scelte compositive volte a esprimere determinati concetti o sentimenti, è venuto meno il pubblico. Poche le adesioni rispetto all’esposizione sold-out di poche ore precedente, dal titolo La modellazione della luce e gli accessori di illuminazione, senza dubbio interessante e gestita da un grande mattatore; ma altrettanto misere le domande e le considerazioni dei pochi che hanno scelto di partecipare.

L’altro momento topico riguardava l’ora del pranzo in cui sono entrati in collisione, l’allestimento del buffet e il servizio fotografico alle due modelle, messe a disposizione dall’organizzazione.
Il risultato è sempre lo stesso in questi casi: ressa caotica seguita dallo schieramento di un plotone d’esecuzione pronto a “fare foto”, con sadico compiacimento atto a sublimare coiti desiderati e non sfogati. Ricordo distintamente, in cima alla piramide umana, eretta naturalmente al cospetto delle due vittime un po’ imbarazzate, un po’ condiscendenti (è un mestiere pure quello), un fotografo che mitragliava con foga, contro le due donne, raffiche spietate tenendo l’apparecchio con la mano destra e spingendo in bocca, con la mano sinistra, un triangolo di pizza preso dal buffet, imbastito immediatamente dietro al set.
Una scelta perfetta quella compresenza di situazioni, uno shooting da banco gastronomico, dove si mescolavano insieme sapientemente, il senso della fame e l’appagamento della deglutizione.
C’ero anch’io, e fra scattare e trangugiare, ho preferito la seconda.
Non riesco mai a fare due cose contemporaneamente.

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Questa voce è stata scritta da AlessandroPagni e pubblicata il aprile 10, 2013 su 11:03 am. È archiviata in Pensieri con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

6 pensieri su “Pizzette e plotoni d’esecuzione

  1. Sempre utile raccontare questi episodi che abbiamo visto tutti decine di volte: diventano quasi consolatori. Li leggo e penso “almeno non succede sono qui a me”.
    Io sono ancora più pessimista. Sarà il periodo di sconforto o la mia indole. Quando tu constati il ritardo della fotografia italiana sembri alludere ad una condizione più sana della fotografia straniera. Credo di capirne il senso e non posso negare che in francia, Germania, UK e USA ci sia un passo diverso. E’ totalmente evidente.
    Dico solo due cose: ho l’impressione che le nazioni attente alla fotografia (anzi alla cultura) sono sempre le stesse e sono poche. E’ vero che all’estero la situazione è migliore, ma è vero anche che l’estero che sta bene è una porzione minoritaria sebbene egemone dal punto di vista dell’autorevolezza.
    La seconda cosa che mi sembra di vedere è che proprio in questi territori-frontiera la fotografia guadagna un dibattito di un’altra categoria rispetto al nostrano, ma quasi sempre finisce per esaurirsi nella speculazione concettuale. Si perde proprio quello che tu dici efficacemente con “La fotografia è anche un oggetto fisico che, all’interno dello spazio a lei assegnato, deve essere in grado di significare, non va scordato.”

    E quindi molto hegelianamente mi viene da pensare che viviamo tra tesi e antitesi, mentre io auspicherei il passaggio della sintesi

    ciao

    • Tu voli alto Marco, e questo mi piace.
      Io sabato ho avuto la sensazione di razzolare in un pollaio in compagnia di altri pennuti in cerca di becchime.
      Mi sono accaparrato quello sottoforma di pizza e ho trovato giusto lasciare ad altri la smania di culi e cosce da uccidere a colpi di falsh.
      Come ho scritto penso che la soluzione sia un equilibrio fra le due parti, senza cedere alle lusinghe di un o l’altra parte. L’ho vissuto sulla mia pelle in un passato abbastanza recente: fingere di non considerare la materialità della fotografia, la doverosa prova su parete è stata da parte mia una prova di superficialità altrettanto grave di chi non considera minimamente la storia, il linguaggio, la progettualità.

  2. Pico de Paperis in ha detto:

    Ciao Skywalker. Siccome “avrei” troppe idee (come sai, spero) faccio minimalmente sfoggio di placcatura culturale con due citazioni. Se non c’entrano niente, scusami.
    (NON voglio fare la parte di quelli che agli workshop/tarocchi chiedono cose “affermative” per far vedere che loro sanno…..):
    “…Sono un pubblicitario (!)..quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. Io vi drogo di novità, e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova….Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perchè la gente felice non consuma..” F. Beigbeder LIRE 26.900 UE Feltrinelli
    “…”Nei paesi ricchi il consumo consiste in persone che spendono soldi che non hanno, per comprare beni che non vogliono, per impressionare persone che non ci amano”
    J. Spangenberg
    Per fortuna, non molto tempo fa, abbiamo tenuto una tavola rotonda sul tema :”Fotografare oggi. Perché?” Ricordi? Ecco, anche se sono pannicelli caldi, noi potremo SEMPRE dire; io l’avevo detto. Servirà solo alla nostra autostima e i culi li dovremo cercare da soli invece che serviti surgelati. E se ci prenderà un momento di sconforto, beh,…abbiamo le foto di quell’evento. Dunque esiste. Fino a che resiste il supporto magnetico. Quanto ?????

  3. Ti dico solo che dalle mie parti c’è una blasonatissima associazione culturale fotografica, di quelle che mettono il cappello su tutto, che hanno le mani in pasta con le istituzioni, ottengono gli spazi (per esporre se stessi), partecipano al mia e via discorrendo…dicevo che con questi presupposti di A. Associazione B. Culturale C. fotografica…questi organizzano MISS FOTOGENIA che è più o meno quanto tu descrivi (ma con implicazioni ancora più gravi)

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