@fotoforfake

La grande truffa della fotografia? – Quella misteriosa simpatia che provo per Terry Richardson

Batman and Robin, 1998 ©Terry Richardson

Batman and Robin, 1998 ©Terry Richardson

di Alessandro Pagni
@ale_pagni

See my face, not a trace / No reality /I don’t work /I just speed /That’s all I need cantava uno sputacchiante e sgraziato Johnny Rotten, nel disco che ha aperto la stagione del punk britannico e ha generato tutta una serie di conseguenze ancora tangibili, nella storia della musica rock.
I Sex Pistols, la creatura di Malcolm McLaren, nata dichiaratamente come proverbiale gallina dalle uova d’oro e definita poi dagli stessi componenti “La grande truffa del rock n’ roll” (The Great Rock N’ Roll Swindle), mi fa pensare a Terry Richardson e al suo modo (che piaccia o meno) unico, di intendere la fotografia.
Non è casuale questo accostamento con il punk, prima di tutto perché è un genere di musica che ha rappresentato il passato artistico di Richardson per almeno cinque anni, quando militava come bassista nel gruppo The Invisible; e in secondo luogo per la sua provenienza californiana, terra che ha dato i natali a una delle più floride stagioni che “mamma punk” abbia mai partorito: pensiamo a gruppi fondamentali come Black Flag, Bad Religion, Vandals, NOFX, Dead Kennedys, o a etichette storiche come la Epitaph e la Fat Wreck Chords.
Tutto questo, condito con una marcata attitudine punk, che indubbiamente lo caratterizza e quel senso di “truffa” deliziosa, tipicamente Rotten & compagni, che traspare dalle sue fotografie.

Me and Dennis Hopper ©Terry Richardson

Me and Dennis Hopper ©Terry Richardson

Figlio d’arte, Terry Richardson, cresce con due, tanto ingombranti quanto eccezionali, modelli di vitalità, follia e creatività: come madre la stylist Annie Lomax e come padre Bob Richardson, uno dei più importanti fotografi di moda americani degli anni ’60 e ’70.
Raggiunge il successo in fretta e nel giro di venti anni arriva a collaborare con le riviste più in voga (da Harper’s Bazar a Rolling Stone, da Play Boy a Vogue) e riesce ad avvicinare e stregare una quantità impressionante di icone della cultura di massa, ritagliandosi uno spazio fra le stelle così ampio, da trovarsi perfettamente a suo agio in loro compagnia.
Lo stile delle immagini che produce è ostentatamente semplice (sebbene non sempre lo sia realmente), irriverente, caratterizzato da quella prepotenza giocosa, tipica di chi è abituato a camminare sotto il sole e a non perdersi mai un’occasione.
La luce, che è ormai il marchio di fabbrica dei suoi lavori, è diretta, violenta, quasi schiaccia le ombre e le annulla; i tagli, i momenti colti, hanno qualcosa di sporco, come certe distorsioni da pedale e aleggia ovunuque un profumo apparente di casualità.

Amber Rose and Kanye West ©Terry Richardson

Amber Rose and Kanye West ©Terry Richardson

Terry Richardson & Chloe Savigny ©Terry Richardson

Terry Richardson & Chloe Savigny ©Terry Richardson

La sensazione entrando nel suo mondo, è quella di avere un nome in lista, per la più selvaggia festa di Hollywood (ricordo che il primo incontro con gli pseudo-ritratti alla crew di Jackass, mise a dura prova anche il mio stomaco) con lui, V.I.P tra i V.I.P, che ci fa l’onore di scortarci, da esilarante padrone di casa, fra orge di sfacciataggine, fiumi di alcool e giochi di società.
Ma chi è davvero Terry Richardson? Cos’è?
Se rispondessi istintivamente direi: «un red carpet dove qualcuno ha appena vomitato».
Ma riflettendoci con attenzione non posso negare che, per quanto mi riguarda, fotograficamente rappresenta un mistero: potenzialmente riesce ad incarnare nel suo modo di concepire il medium, tutto ciò che rifuggo e detesto, ma quel suo scattare quasi compulsivo, ossessivo, mi rapisce, mi tiene inchiodato davanti allo schermo come se fossi sotto la maledizione di un Pixie, perché è questo quello che sembra in certe sue espressioni infantili e allo stesso tempo terribilmente maliziose.
Un narcisismo inguaribile che funge da ponte fra noi (spesso così simili a lui in jeans, camicia di flanella e occhiali da hypster) e il mondo patinato che, davanti alla sua famosa “macchinetta” e con lui a fianco, diventa meno irraggiungibile, più umano o semplicemente più ridicolo e, di conseguenza, terreno.

Lindsay Lohan ©Terry Richardson

Lindsay Lohan ©Terry Richardson

Barack Obama ©Terry Richardson

Barack Obama ©Terry Richardson

La parola “icona” sta a Richardson come un giocattolo sta al bambino irrequieto: prima sceglie di stare dall’altra parte dell’obiettivo, insieme ai soggetti che ritrae, interagendo con loro, fiero e imbarazzante come un “follower”, nelle foto ricordo insieme ai propri idoli ( Me and …, cominciano così le didascalie di questi infiniti autoritratti con V.I.P); poi riscrive tutto, sapientemente demolisce questo punto di vista e si trasforma lui stesso nell’icona che il personaggio di turno, divertito, si presta a imitare, indossando i suoi celebri occhiali (e alcuni anche la camicia a quadri).
È forse il primo e l’unico caso (almeno fra quelli che mi è dato di conoscere) di fotografo di celebrità che diventa a sua volta un simbolo e un idolo da parodiare.
Da principio, il suo fotografare chiunque, sembrava il gesto impacciato di chi stesse inseguendo qualcosa; ma era solo una bugia, nel volgere di una manciata di anni, si è rivelato l’esatto contrario.
Tutti vogliono farsi fotografare da/con lui, perché far parte del suo archivio di ritratti significa dichiarare qualcosa di se stessi, è ormai diventato uno status symbol, il bisogno di apparire in un certo modo agli occhi altrui, a cui nessuno sembra poter rinunciare, da Lindsay Lohan che si punta una pistola alla tempia, a Barack Obama, che sorride senza filtri e senza pose presidenziali.

Annie  ©Terry Richardson

Annie ©Terry Richardson

Terry RIchardson & Bob Richardson ©Terry Richardson

Terry Richardson & Bob Richardson ©Terry Richardson

Ma non potrebbe bastare questo per intrigarmi.
Questo è solo l’involucro luccicante che circonda il fotografo californiano.
C’è anche altro, ed è squisitamente personale e intimo (che nel suo caso mi rendo conto possa sembrare una contraddizione): un’urgenza quasi commovente di raccontarsi, di segnare con un puntino rosso, la propria posizione nel mappamondo della vita e della storia reale, quella quotidiana, di ogni singolo giorno.
Credo sia indicativo che sul web, il contenitore ufficiale dei suoi scatti, porti il titolo eloquente di Terry Richardson’s Diary e, sebbene sia diviso in sotto-categorie differenti (non vanno assolutamente sottovalutati i suoi lavori per importanti marchi commerciali come Gucci, Levi’s, Hugo Boss e altrettanto le sue sessioni fotografiche di moda, come quella per il Calendario Pirelli 2010, particolarmente criticata), presenti una vera e propria sezione in forma di diario, che assomiglia a un taccuino fotografico, dove registrare, quasi tutti i giorni (ad oggi gli inserimenti sono fermi al 20 Marzo 2013), quello che lo colpisce o va indagando col suo apparecchio.
Ogni giorno sai dove è stato e puoi intuire cosa abbia fatto, come un “amico di tutti”, che ci tiene particolarmente a raccontarti le sue scorribande: assiduo e regolare, sembra dare, con ogni immagine che posta, una risposta quasi ingenua, a una domanda che forse spera gli altri si pongano: «chissà cosa avrà fatto Terry oggi?»

©Bob Richardson

Bob Richardson

Come può non suscitarci simpatia una fragilità come questa, che oggi, nel mondo dei social networks, tocca buona parte di noi, anche se fingiamo che non sia così?
Probabilmente è proprio questo il motivo che non me lo fa detestare: le sue debolezze (le nostre), figlie del Terzo Millennio.
Quel suo legame fortissimo con la madre.
Quello scoprirsi simile a suo padre, nel fotografare le futilità e la lussuria hollywoodiane, ma, come fa edipicamente qualsiasi figlio, uccidendone l’essenza.
Dove Bob Richardson mostrava la fumosa decadenza, un po’ noir, di un mondo sostanzialmente solcato dalla malinconia; Terry soffoca ogni cosa con una risata cretina e liberatoria.
E sembra portare con se il monito racchiuso nel titolo di una bella canzone, firmata da un altro gruppo punk della sua California: Life Won’t Wait.
La vita non aspetta.
Ergo, spassiamocela.

PS. questo post è stato accompagnato dalla seguente playlist: http://open.spotify.com/user/1172206985/playlist/3KQEaYakw09RzP7aFF4RbQ

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Questa voce è stata scritta da AlessandroPagni e pubblicata il marzo 22, 2013 su 12:19 pm. È archiviata in Fakers con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

6 pensieri su “La grande truffa della fotografia? – Quella misteriosa simpatia che provo per Terry Richardson

  1. Ah come mi piace questo tuo expertise nella musicaccia californiana!
    Stavolta più che alla fotografia mi ricordo i tempi del liceo in cui era tutto un sottobanco di cassette e riviste in cui ordinare rarissimo materiale audio (& merch) americano, che poi veniva passato, copiato (successivamente masterizzato) e si contagiava gli amici e si passavano i pomeriggi a parlare se era meglio il 2 o il 3 album e la musica era la cosa più bella e necessaria del mondo e si andavano a vedere senza patente i concerti nei postacci di milano e si aspettava fuori assieme ad un sacco di gente strana ed era fighissimo. E poi si provava noi stessi a fare musica e si facevano un sacco di km per avere date sgangherate a cui invitavi delle ragazzine che ti piacevano…
    Io quella roba lì non sono più capace di provarla.

  2. massimo in ha detto:

    Le foto di Terry Richardson sono insignificanti puzzette.
    Ciao, Pagni!

  3. AmbrA in ha detto:

    http://juergenteller.tumblr.com/

    possiamo trovarne delle assonanze?

    • Ciao Ambra,
      forse in Teller manca quel lato giocoso e irriverente, quasi da sberleffo di Richardson, marcatamente egocentrico o meglio “richardsoncentrico”; ma indubbiamente l’approccio, il giocare fuori dai set fotografici comuni e un’apparente vena amatoriale li rendono figli di un modo di fotografare molto in voga oggi, indubbiamente intrigante e difficile da ignorare.
      Grazie della tua segnalazione.
      Alessandro

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