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Necropolis – Viaggio nei vuoti ostili di Todd Hido

3179 da Landscapes ©Todd Hido

3179 da Landscapes ©Todd Hido

di Alessandro Pagni
@ale_pagni

Appena due settimane fa, nei giorni della morte e commemorazione di Gabriele Basilico, poco prima che cominciassero a imperversare i feroci dibattiti sulla legittimità della vittoria di Hansen al World Press Photo, già mi sentivo saturo di opinioni (anche delle mie, sempre più confuse) gonfie di rabbia fotografica repressa e auspicavo un ritorno a quei giorni, in cui si poteva “giocare” con la fotografia.
In questo post, vorrei quantomeno provarci.
Facciamo finta che, in cerca di ispirazione, prenda un libro a caso dallo scaffale e che, altrettanto casualmente apra una pagina e cominci a leggere: «L’erba era talmente alta che si era curvata sotto il suo stesso peso e, mentre camminava, gli scricchiolava sotto le scarpe pesanti. Non si udiva altro che il suono dei suoi passi e il canto degli uccelli. “Un tempo pensavo che cantassero perché tutto andava bene nel mondo”, pensò Robert Neville. “Ora so che mi sbagliavo. Cantano perché sono stupidi”».

1609a da Landscapes ©Todd Hido

1609a da Landscapes ©Todd Hido

2663 da Landscapes ©Todd Hido

2663 da Landscapes ©Todd Hido

Sarebbe una coincidenza incredibile, trovarmi a scorrere uno stralcio del capolavoro di Richard Matheson (Io sono leggenda), padre di un immaginario inesauribile (dalle ossessioni di Romero, che lo accompagneranno per tutta la vita, al superbo 28 giorni dopo di Danny Boyle; da una delle più esaltati prove di Vincent Price agli albi a fumetto illustrati da Tony Moore e Charles “Charlie” Adlard) ambientato in un presente improvvisamente stravolto, terribilmente silenzioso e vuoto, con le strade deserte, le auto abbandonate ovunque e una spaventosa minaccia che si cela nell’ombra.

2653 da Landscapes ©Todd Hido

2653 da Landscapes ©Todd Hido

Sarebbe una coincidenza cercata, proprio mentre sto pensando alle fotografie di Todd Hido, a certi vuoti totali, che ti soffocano di silenzio, ripetere a voce alta le parole di Matheson e provare a sovrapporre questi due sguardi sull’ignoto, inventandone per puro gioco, uno inedito che ne sia la somma.
Prendiamo tre fra i suoi lavori fotografici (Landscapes, Homes at night, Interiors), mettiamoli in sequenza e, stravolgendone consapevolmente il senso, proviamo a leggerli nella loro nuova veste.
La risultante delle suggestioni messe a confronto, è una percezione angosciante di inevitabilità, che si risolve, muovendo dal generale al particolare, dal macrocosmo di vaste lande al microcosmo di limitate metrature di singole stanze, in un viaggio senza ritorno e senza tregua dentro all’assenza (il terzo che intraprendiamo con Foto For Fake, dopo The Others, di Francesca Donatelli & Gian Carlo Mazzetti e My Sentimental Archives di Nicolas Dhervillers).

1975a da Homes at night ©Todd Hido

1975a da Homes at night (houses) ©Todd Hido

1951 da Homes at night (houses) ©Todd Hido

1951 da Homes at night (houses) ©Todd Hido

Landscapes è una progressiva e lenta presa di coscienza, che ci porta ad attraversare un paese vuoto, il più delle volte così straniante da costringerci a guardarlo dietro il filtro opaco, sporco, fradicio del vetro di un’automobile, che ci protegge dalla cattiva stagione e da lunghe notti insonni, alla ricerca di un qualche rassicurante “noi” identitario a cui aggrapparsi, in quanto razza umana.
Solo una fotografia di questa serie di paesaggi da “day after”, mostra un ritratto, però al contrario: una figura, presumibilmente femminile, dai capelli biondi, che ci da le spalle e in quel suo negare completamente lo sguardo, perde ogni connotazione di umanità, restando un interrogativo insoluto.

2604o da Houmes at night (apartments) ©Todd Hido

2604o da Houmes at night (apartments) ©Todd Hido

2595 da Homes at night (apartments) ©Todd Hido

2595 da Homes at night (apartments) ©Todd Hido

Avvicinandoci, un po’ esitanti, a quella che sembra la vita, o più esattamente gli involucri sigillati che comunemente la contengono, Homes at night (divisa fra case e appartamenti) lascia una sensazione di malevola distanza, come se tutte quelle finestre accese, fossero inviti rifiutati, un sincero avvertimento di restarne fuori.
Mi capita spesso di notte, quando scorgo da lontano cimiteri cittadini illuminati, in cui i forni si sovrappongono su piani diversi, di scambiarli per condomini e di trovare che ci sia un dialogo, fra queste due architetture, un invisibile nodo che li rende parte dello stesso disegno insensato.

1637 da Interiors (foreclosed homes) ©Todd Hido

1637 da Interiors (foreclosed homes) ©Todd Hido

2548b da Interiors (occupied homes) ©Todd Hido

2548b da Interiors (occupied homes) ©Todd Hido

1601 da Interiors (motels) ©Todd Hido

1601 da Interiors (motels) ©Todd Hido

L’ultima tappa di questo viaggio, consiste nel compiere il passo, varcare quelle soglie ostili e con Interiors, scoprire, traditi dalla luce invitante da fuori, che dietro a quella vita, anzi a quella presunzione di vita, si cela l’ultima terribile sensazione: che qualcuno sia stato lì fino a pochi attimi prima e poi improvvisamente, abbia dovuto abbandonare le stanze, si sia nascosto, perché si sentiva in pericolo, a causa nostra, o di qualcos’altro.
Generazione biodegradabile. Vuoti a perdere.
Noi, siamo leggenda.

Ascolto consigliato: Mad Season – Above

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Questa voce è stata scritta da AlessandroPagni e pubblicata il marzo 6, 2013 su 10:35 am. È archiviata in Fakers, Uncategorized con tag , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

Un pensiero su “Necropolis – Viaggio nei vuoti ostili di Todd Hido

  1. Ancora Hido in un bel post di Alessandra Tecla Gerevini sul POST del 2011!
    http://www.ilpost.it/alessandrateclagerevini/2011/02/17/todd-hido/

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