@fotoforfake

Il conforto di essere triste

(mi dispiace, non ho trovato il nome dell'autore di questa immagine, ma mi riservo di inserirlo se qualcuno riesce a indicarmelo)

(mi dispiace, non ho trovato il nome dell’autore di questa immagine, ma mi riservo di inserirlo se qualcuno riesce a indicarmelo)

di Alessandro Pagni
@ale_pagni

Prendi una domenica con pioggia mista a neve, una domenica particolarmente cruciale per la nazione, il fermento del voto e plotoni di fotografi come cecchini, pronti a immortalare i candidati sorridenti e ingessati, mentre tengono sospese le loro schede elettorali, quanto basta per un milione di scatti a raffica, prima di lasciarle cadere nel grande salvadanaio dell’urna elettorale.
Prendi un candidato, che si attarda compiaciuto nella sua posa da teatrante (con massimo rispetto per chi si occupa di teatro) e non si priva del gusto, prima di congedarsi, di un’esortazione a una giovane imbarazzata e contrariata scrutatrice: «Tu devi imparare a sorridere».
Prendi la stessa domenica: appena fuori da quelle stanze, tre ragazze del gruppo Femen, sono state portate via con la forza, mentre gridavano «Basta Berlusconi», a seno scoperto.
Prendi infine una fotografia, scattata fra milioni di flash, pochi minuti prima e ormai ovunque in rete, se non racconta una storia inequivocabile, certo rappresenta già il simbolo e il senso di un ritorno, che per noi in Italia non è mai stato un addio (forse neppure un arrivederci): la convinzione arrogante e stantia , che esista un qualche primato dell’uomo sulla donna, che la renda oggetto consenziente, perennemente a portata di stimolo e provocazione.

Sherrie Levine, "After Walker Evans", 1981, Untitled ©Sherrie Levine

Sherrie Levine, “After Walker Evans”, 1981, Untitled ©Sherrie Levine

Lo scatto che ha già invaso la rete, mostra con uno sguardo che abbraccia tutta la scena, a destra l’ex premier del Pdl mentre in posa staged, sorride e attesta con il gesto di sospensione sulla ferita dello scatolone, la sua preferenza per il futuro del paese; a sinistra un muro di giornalisti muniti di fotocamere, tablet, videocamere, intenti a registrare il compiacimento e sotto, circondata e inerme, la giovane scrutatrice di prima, che si copre la fronte con la mano, negandosi a quel teatrino mediatico, vuoi per stanchezza, vuoi per nausea o forse per eccessiva timidezza.
Ma non le è dato di negarsi, qualsiasi sia il motivo che la rende ostile, non può farlo per la prepotenza dei tempi moderni e della macchina dell’informazione. Il suo silenzio viene chiamato in causa, la sua mancanza di entusiasmo giudicata e sottolineata.
E lei ha solo un modo per difendersi, scegliere di non sorridere.

Untitled Film Still #10, 1978 ©Cindy Sherman

Untitled Film Still #10, 1978 ©Cindy Sherman

Contestazioni femministe antiquate?
L’anacronismo non va letto nel gesto del gruppo Femen, che ne richiama altri storicamente importanti ed è due volte provocatorio (per il gesto in se e per la stagione a cui si ispira, che sottolinea quanto l’Italia sia un paese vecchio e costantemente in ritardo sul mondo, oltre ogni immaginazione), va letto nel fattore che ha generato il bisogno di quel gesto, nella necessità di scegliere di non sorridere di fronte all’ostentazione di una ridicola, fallica, improbabile onnipotenza.
La fotografia costruita, interpretata, ragionata ha alle spalle, nei gli anni del post-modernismo e lungo buona parte della sua storia, importanti contributi tesi a dire un secco e chiaro «No» alla più antica e tollerata delle violenze.

Untill Film Still #14, 1978 ©Cindy Sherman

Untill Film Still #14, 1978 ©Cindy Sherman

Pensiamo a Sherrie Levine, esponente di rilievo dell’arte dell’appropriazione, che con i suoi prelievi fotografici di opere già esistenti, vi ha saputo costruire intorno concetti nuovi e complessi, spingendo l’osservatore a uno sguardo critico e rigoroso, come in After Walker Evans (1981), dove l’appropriazione consiste nel gesto di ri-fotografare le immagini del leggendario documentarista americano, ristampandole conferendogli un punto di vista differente e firmandole.
Nome fondamentale, sebbene non formalmente legato al movimento femminista, è quello di Cindy Sherman, che si è dedicata per quasi tutta la sua storia artistica, alla questione dell’identità femminile, analizzata mediante autoritratti concettuali, che trovano la loro espressione più incisiva e compiuta nella longeva serie Untitled still films (1977-80), in cui mette in scena finti fotogrammi cinematografici, dove impersona stereotipi di bellezza e sensualità femminile (come l’eroina dei film noir e horror, la ragazza di campagna, la casalinga, la pin-up, la donna misteriosa, la femme fatale), del mondo del cinema contemporaneo (al periodo in cui è stato realizzato il lavoro) o del passato, dettati e codificati da una visione tipicamente maschile: la sua è quasi un’arte performativa bloccata su pellicola, ironica e arguta, intellettuale, carica di quella solida cultura che da alcuni, oggi, viene tacciata di snobismo e allontanamento dai problemi concreti della gente, solo per giustificare un’ignoranza consapevole e dilagante (anche in fotografia, perchè basta qualche libro, non sono necessarie lauree per conoscerne la storia e i protagonisti).
E infine, Barbara Kruger che utilizza immagini recuperate da riviste o pubblicità, decontestualizzandole con il bianco e nero e inserendovi al loro interno, testi che ne stravolgano radicalmente il senso: la sua tecnica richiama i primi esperimenti cubisti di miscela di elementi diversi insieme alla parola scritta, passando dalle provocazioni dadaiste e da nomi come Raoul Hausmann , Hannah Höc e John Heartfield, facendo della tecnica del collage, una forma d’arte tipicamente militante e politicizzata.

“Untitled (Your Body Is a Battleground)”, 1989 “Untitled (Your Body Is a Battleground)”, ©Barbara Kruger

“Untitled (Your Body Is a Battleground)”, 1989 “Untitled (Your Body Is a Battleground)”, ©Barbara Kruger

Untitled (Your Gaze Hits the Side of my Face), 1981 ©Barbara Kruger

Untitled (Your Gaze Hits the Side of my Face), 1981 ©Barbara Kruger

Untitled (You are not yourself), 1984 ©Barabara Kruger

Untitled (You are not yourself), 1984 ©Barabara Kruger

Appena tre nomi, fra i molti autorevoli, non per parlare di una visione della fotografia al femminile, altrimenti avrei dovuto chiamare in causa altri esposenti da cui non si può prescindere, ma piuttosto di un modo di usare la fotografia come forma di contestazione e rifiuto.
Quella degli anni ’70, è stata una realtà artistica così moderna da riuscire ancora oggi a smuovere riflessioni importanti sulla condizione della donna, mutata nell’immaginario collettivo, ma di nuovo e ancora, sottoposta a una visione, e di conseguenza a un giudizio, di inclinazione maschilista, specie nello scenario sociale (proprio adesso il telegiornale sta parlando di femminicidio) e spesso anche creativo, italiano.
Da qui il senso del negare il proprio sorriso davanti a un potere presunto, da sgonfiare come un palloncino triste e patetico.
Ricordo al riguardo il ritornello di una tagliente canzone dei Nirvana, che raccontava di un’altra donna, Frances Farmer, vittima dell’impossibilità di negarsi, davanti al gigante mediatico, lasciando che questo si divorasse le sue libertà: «I miss the confort in being sad» .
«I miss the confort in being sad»
«I miss the confort in being sad»
«I miss the confort in being sad»
Ad libitum.
Mi manca il conforto di essere triste, oggi.

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Questa voce è stata scritta da AlessandroPagni e pubblicata il febbraio 25, 2013 su 5:30 pm. È archiviata in Pensieri, Uncategorized con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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