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Ceci n’est pas une bite

One and three chairs, 1965 @Joseph Kosuth

One and three chairs, 1965 ©Joseph Kosuth

di Alessandro Pagni (@ale_pagni) e Costanza Maremmi (@costanzam)

Ceci n’est pas une pipe sigla René Magritte, per la prima volta nel 1926 (e molte altre negli anni successivi), ai piedi di una tela che rappresenta l’oggetto in questione, in modo particolarmente ben riuscito. Per quanto quella riproduzione della realtà sia eccezionalmente rispondente, resta comunque una superficie bidimensionale che non odora di Ciliegio e neppure di Erica, al tocco il dito non scivola sulla curva laccata del fornello e se proviamo a circumnavigare il quadro, ad un certo punto, la pipa sparisce dalla nostra vista.
Curiosi cortocircuiti fra significato, significante e mondo del reale.
Quaranta anni dopo, Joseph Kosuth, nell’ambito dell’arte concettuale, medita sulle stesse tematiche con la sua opera più celebre, One and three chairs (1965), esponendo al contempo la realtà, la sua rappresentazione iconica e la sua rappresentazione logica.
Entrambi avevano indagato quella secca cesura che si interpone fra il mondo dei segni e quello del reale, mettendo a nudo i limiti e le contraddizioni dei primi.
Quindi, “quella” non è una pipa e questo non sarà un post breve e tantomeno il contrario di noioso, visto che andiamo per negazioni.

Qualche giorno fa, sulla bacheca di Facebook di un’associazione culturale che si occupa di fotografia, è stata rimosso uno scatto di nudo di Brassaï, perché segnalato, in quanto ritenuto offensivo da parte di un utente, amico di amici (questioni di impostazione di privacy), che l’ha visto di rimbalzo, probabilmente sul profilo di un conoscente appassionato di questo medium.
A seguito di questa piccola censura, sono state postate altre quattro immagini, due a due messe a confronto, per rispondere con una provocazione che avesse livelli di lettura diversi: l’intento era quello di indagare, senza nascondere un certo divertimento, quale fossero le reazioni possibili, di fronte a immagini fotografiche paragonate a raffigurazioni plastiche e pittoriche, non solo rappresentanti il medesimo soggetto, ma anche mosse dal fine di veicolare un messaggio simile.

È stata presa la riproduzione del David di Michelangelo (1501-1504), uno degli emblemi del Rinascimento e simbolo della forza e del potere della Repubblica fiorentina, e fatto dialogare con Cock and gun, celebre fotografia di Robert Mapplethorpe del 1982: l’opera plastica del Buonarroti, mostra il giovane eroe biblico nell’atto di prepararsi ad affrontare Golia, armato di fionda, completamente nudo, possente, ideale; così il giovane di Mapplethorpe, armato di pistola e della sua virilità prevaricante, simboli oggi di vigore, forza e dominio (spesso naturale conseguenza, se non sinonimo, di potere). Va aggiunto a questo che il fotografo americano ha spesso tratto ispirazione, fino a sfociare in un dialogo dichiarato, con la statuaria classica e rinascimentale (ricordiamo, al riguardo, la mostra Robert Mapplethorpe. La perfezione nella Forma, che ha toccato anche la Galleria dell’Accademia di Firenze nel 2010).

Michelangelo Buonarroti, David, 1501-1504; R. Mapplethorpe, Cock and gun, 1982; G. Courbet, L'origine del mondo, 1866; J. Saudek, The End of the film, 1997

Michelangelo Buonarroti, David, 1501-1504; R. Mapplethorpe, Cock and gun, 1982; G. Courbet, L’origine del mondo, 1866; J. Saudek, The End of the film, 1997

Le altre due immagini messe in diretto confronto, sono state L’origine del mondo di Courbet (1866), esempio di una provocazione al tempo rivoluzionaria, di spirito e fattezza squisitamente realista e The End Of The Film (1997) di Jan Saudek, fotografo emblema della persecuzione e della violenza della censura: da un lato il Realismo di Courbet, uno schiaffo in faccia agli anacronismi del Neoclassicismo, con un’ostentazione compiaciuta delle imperfezioni della vita quotidiana, dei suoi odori mai tenui e delle piccole cose che la riguardano; dall’altro il disperato bisogno di “essere” e esteriorizzarlo in splendide, perverse, dolcezze, di un Saudek sempre nascosto nell’ombra, perseguitato prima dalla furia cieca del Nazismo e dopo dal controllo accentrante e intransigente del Comunismo.
Ecco le immagini della “provocazione”.
Ancora una volta l’indignato le ha segnalate e Facebook le rimosse.
Ma questa volta, prima ancora che scomparissero altri artisti di grande livello, è arrivato, da un’altra persona, un giudizio di dissenso sul gioco proposto del “trova le differenze”: nel commento veniva chiesto di non educare all’arte con la provocazione, si sottolineava il bisogno di cultura che c’è oggi (e dalle parole del commentatore si evinceva che quel paragone fra opere d’arte non poteva essere considerato cultura) e si chiudeva con un invito ad avere rispetto per l’arte e non scadere nel banale.

Questo post non vuole entrare nel merito di “cosa” urti o meno la sensibilità delle persone e neppure giudicare il ruolo comprensibile, di moderatore, assunto da Facebook in questo frangente.
Quello che vuole fare è parlare di immagini.
Tornando alla pipa di Magritte, siamo davvero legati, ancora, a un concetto di fotografia, come specchio crudo e imparziale della realtà o al contrario la riteniamo una registrazione visiva interpretata (o addirittura rielaborata) di concetti astratti, esprimibili solo pescando dal mondo del reale (proprio come le opere di Courbet del Buonarroti)?
Continuiamo ancora oggi, a riscontrare grandi differenze fra il David, L’origine del mondo e gli scatti di Mapplethorpe e Saudek?
Ci indignano questi ultimi perché siamo ancora convinti che, prendere in mano una foto sia come toccare con le dita l’oggetto che vi è rappresentato?
Mi domando se la fotografia non sia sempre stata un’opinione, un rettangolo di mondo che abbiamo ritagliato in un determinato momento, perché significava ai nostri occhi, perché ci emozionava o traduceva il nostro senso del vero.
Ma non oggettivamente il senso degli altri.
E allora cosa ci indigna?

Prendiamo un esempio che ha fatto molto discutere in questi giorni: Gaza burial (20 Novembre 2012), del fotografo svedese Paul Hansen, vincitrice del World Press Photo Award per l’anno 2012.
L’immagine è stata ferocemente contestata dai più, non solo per l’ostentazione del dolore (caratteristica peraltro necessaria per aggiudicarsi questo ambito premio a cui nessuno, sebbene ogni anno vi scagli contro un personale anatema, sembra poter rinunciare), ma anche per il pesante foto-ritocco scelto per il racconto di un momento così tragico.
La domanda naviga nelle incerte acque dei quesiti precedenti: queste elaborazioni definite troppo “glamour”, troppo eccessive, ci scandalizzano perché non possiamo concepire che una fotografia (che nella nostra cultura è inequivocabilmente il reale che irrompe davanti ai nostri occhi) di un evento orribile, come la morte di due fratellini, uccisi dal crollo della loro abitazione, durante un attacco aereo israeliano, venga lavorata come qualcosa di non oggettivo, come un’interpretazione personale?

Paul Hansen, Gaza City 2012. World Press Photo Award per l'anno 2012

Paul Hansen, Gaza City 2012. World Press Photo Award per l’anno 2012

È evidente, ma sempre utile da ricordare: guardare questa nuova icona, non significa trovarsi fisicamente per le strade di Gaza, sentire i lamenti del corteo funebre che si dirige, immaginiamo a passo svelto, verso la moschea e non percepiamo la tensione nell’aria, la puzza di fumo che probabilmente ristagna nelle narici. Noi non siamo con loro, siamo al sicuro dal dolore (quello vero, quello non-fotografico), a casa di fronte a un racconto della realtà, dichiaratamente interpretato dal foto-ritocco, non per mentire (la verità della menzogna), ma per aiutarci a comprendere, per darci una luce che non è luce ma una sensazione che, non trovandoci in quel vicolo claustrofobico, non potremmo neppure avvicinarci a intendere.
E in quell’interpretazione, forse Hansen è riuscito a fare qualcosa di ancora più complesso: sottolineare quanto il filtro patinato dei media, renda ambiguo e distante il mondo fuori e i nostri occhi (occidentali, “europacentrici”, “americanocentrici”, che non comprendono l’alterità) anestetizzati all’orrore.
C’è da chiedersi se sia giusto piuttosto, mostrare il dolore.
Penso di si.
Se lo sia, portare avanti un premio che si risolve in una classifica del dolore?
Meno giusto.
Ma terribilmente rispondente a quello che siamo oggi, al nostro tempo, con le sue censure, indignazioni e spesso contraddizioni.
Per cui, tornando per un’ultima volta a Mapplethorpe, alla richiesta di rimuovere dalla vista di tutti, immagini che personalmente ci offendono (invece di scegliere semplicemente di non guardarle, senza limitare la libertà altrui di farlo), o definendole provocazioni e non cultura, resta solo una cosa da dire: la fotografia, oggi come ieri, è un punto di vista.
Probabilmente le cose che davvero ci indignano e ci infiammano come animali rabbiosi, sono i punti di vista diversi dai nostri.

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Questa voce è stata scritta da AlessandroPagni e pubblicata il febbraio 19, 2013 su 10:25 am. È archiviata in Pensieri con tag , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

21 pensieri su “Ceci n’est pas une bite

  1. Davvero un bel post!
    Mi chiedo però se l’estetizzazione fotografica del dolore o dell’osceno abbia dei risvolti, degli effetti di ritorno, su quell’elemento della triade che viene definito “realtà”. Io credo di sì.
    Se la fotografia sottopone alle leggi dell’inquadratura una porzione di mondo, quello stesso mondo non sarà più lo stesso una volta inquadrato, anche se lo osserveremo senza il filtro dell’obiettivo fotografico.
    Mi permetto di estremizzare: non è possibile riconoscere la “realtà” se non attraverso i filtri e le mediazioni di una tecnologia e soprattutto di un processo estetico?
    Chi si indigna ha poco propensione a capire come e perché la “realtà” cambi ad ogni sguardo.

    • Mi trovi totalmente in sintonia con i tuoi dubbi.
      Penso che la fotografia, sorpattutto quella di giornalismo, sia giunta oggi a un bivio, se non a un impasse: da un lato la visione soggettiva e interpretata di professionisti sempre più attenti a dare una propria impronta all’immagine (quindi un filo rosso anche nell’elaborazione dopo lo scatto) e dall’altra la fotografia amatoriale, a mio avviso forse l’unica forma “vera” di documentazione possibile oggi (per quanto sia sempre e comunque un punto di vista arbitrario), lontana dalle preoccupazione compositive o estetiche (che non hanno risparmiato nessun grande reportagista fin dai primordi del Meidum, infatti si è passati, come giustamente dice Smargiassi, da Fenton, che disponeva in modo estetico le palle di cannone nel suo reportage sulla guerra in Crimea, alle manipolazioni in camera oscura perpetrate da grandi come Eugene Smith, per approdare all’epoca odierna del digitale e del foto-ritocco). Mi viene in mente una fotografia, premiata anch’essa al World Press Photo Award di quest’anno (http://www.worldpressphoto.org/awards/2013/spot-news/adel-hana?gallery=6096), dal titolo “Collaborator”, la quale mostra di nuovo a Gaza City, presumibilmente nello stesso giorno in cui è stata scattata la foto di Hansen, sulla destra in rapida fuga un palestinese alla guida di un ciclomotore, mentre trascina il corpo senza vita di un uomo sospettato di aver collaborato con Israele e immediatamente dietro vediamo la folla che segue correndo le motociclette: se osserviamo attentamente le 4 persone in prima fila impegnate a correre dietro al cadavere, ne vediamo almeno tre che stanno presumibilmente o fotografando o filmando la scena con i propri telefonini.
      Mi chiedo se non sia questo il futuro del fotogiornalismo (senza critica, lo vedo solo come un dato di fatto), se la parte professionale, tradizionalmente estetica (perchè da sempre lo è) viene osteggiata e tacciata di insensibilità, ostentazione gratuita del dolore (come è sempre successo, solo che i tempi stanno esponenzialmente precipitando) e un eccesso di interpretazione.
      Ricordiamo tutti il video dell’uccisione di Gheddafi ad esempio.
      Forse come dice Fulvio Bortolozzo, giustamente, nel post di oggi (http://borful.blogspot.it/2013/02/il-fotogiornalismo-drogato.html), dovremmo appellarci all’inconscio tecnologico della macchina fotografica (come diceva Franco Vaccari), a quello che esce direttamente dallo scatto di ripresa, senza successive manipolazioni: “Non si tratta di tornare ad epoche mai esistite di “purezza”. Al contrario di inaugurare un’epoca dove l’icona la faccia solo la macchina nel momento in cui funziona e gli umani usino questo prodotto tecnico per la loro relazione con l’esistente. Uscire dall’informazione drogata si può, a patto di accettare la miseria formale di povere immagini tecniche, e non estetizzate a posteriori, per informare”.
      Mi chiedo, alla stregua di questo, se oggi le costellate e variegate visioni degli sguardi amatoriali, di persone che spesso sono direttamente coinvolte nell’evento narrato (ormai dotate tutte di apparecchi per la cattura di immagini), non sia una possibile risposta da dare a chi si indigna e forse non vuole guardare il punto di non ritorno a cui è approdato il fotogiornalismo, scordandosi o minimizzado il fatto, che è sempre stato gestito in questo modo.
      Se poi vogliamo parlare di etica, ancor più ho l’impressione che siamo arrivati tardi e che ha davvero poco senso oggi.

  2. Credo onestamente che l’arte sia anche provocazione. E che comunque necessariamente esistano una infinità di definizioni di “arte”, e tutte soggettive. Ma, a scanso di equivoci, come sai benissimo, il David non è provocazione, al contrario delle altre immagini, come Magritte non voleva certo provocare e basta, la sua è una attestazione cartesiana una sorta di “scio nescio”.

    Detto questo: il dolore viene sempre mostrato nell’arte. Da sempre. Si tratti di quello di Cristo in croce da Pontormo in poi, si tratti di un galata morente in una scultura romana, o del post impressionismo con Munch. Ci si chiede se sia giusta una rielaborazione artistica del dolore. Non lo so. Dipende.

    Quello che voglio dire è: un qualsiasi artista che come mezzo espressivo non abbia un qualcosa, una macchina che ritrae per forza di cose il vero, ci porterà davanti alla tragedia da lui stesso rielaborata, con i volti che lui sente di dare al tutto, che non è detto assolutamente siano rispondenti al vero. Una fotografia rischia di mancare di rispetto al volto, vero, della morte. Io non vorrei finire in un concorso fotografico, da morto. Nemmeno da vivo, ma da morte men che mai. Per cui, secondo me, il fotoritocco nell’ottica che delinei ci sta tutto, è soggettivazione della realtà, un modo per rendere partecipi, certo. Ma se tutta questa gente ritratta abitasse in Francia, avrebbe da riscuotere una miniera di soldi per violazione della privacy. Voglio dire: ma chi cazzo è un fotografo per permettersi di impadronirsi di un dolore così colossale? E con che cinismo spedisce la sua “opera” ad un fottutissimo concorso? Fossi io, a tenere in braccio uno di quei bambini, lo cercherei in capo al mondo, per ammazzarlo a mani nude.
    Concordo su tutto, ma questa ultima foto mi urta, alla pari dei reportage che vogliono suscitare share e dibattiti da Giletti: ha lo stesso identico valore per cui, per me, ed è soggettivo, non è arte. Questo è opportunismo dei più biechi, perchè si maschera con ipocrisia da intenti nobili. Un po’ come fa Benetton.

    • Sulla prima parte del discorso Riciard, mi trovi d’accordo, penso tu abbia confermato i miei pensieri, sebbene ci tenga a dire, che anche gli altri tre esempi del confronto, non sono nate come provocazione (come il David), ma hanno dietro una radice più profonda, legata strettamente al contesto e alla poetica di chi li ha realizzati. Le abbiamo usate proprio per vedere quanti le ritenessero “solo” delle provocazioni.
      Sulla seconda parte, la questione è più complessa: non è che ideologicamente non sia in linea con il tuo pensiero, tendezialmente lo sono, ma il mestiere del fotorepoter è più ambiguo di come lo possiamo giudicare dall’esterno e mi riesce difficile liquidarlo, in toto, come un atto di violenta prevaricazione (sebbene spesso lo sia), che attribuisco più facilmente alle figure del paparazzo o del fotografo di testate scandalistiche. Il discorso sulla violazione della privacy per fotografie scattate in esterno in “manifestazioni pubbliche” di qualsiasi natura esse siano (leggasi anche, probabili distorsioni di questo concetto, come “manifestazione” collettive in senso più ampio e meno formale, che diventano poi cavili legali) è un po’ diverso da come la metti tu, ma non è il punto focale della questione: il tuo quesito verte su quale sia il diritto umano, di un fotografo, di impadronirsi di un momento così “intimo” e terribile. Però anche in questo caso la questione non è semplice: due anni fa, durante il periodo di tesi, ho avuto la fortuna di parlare con un grande fotoreporter italiano e mi ha raccontato come spesso, nelle zone di guerra, siano gli stessi civili colpiti a cercare fotografi e televisioni, chiedendo di riprendere l’accaduto, di mostrarlo al mondo (“guarda cosa hanno fatto”); la stessa cose l’ho vista spesso nei filmati che troviamo in rete, provenienti dalle zone “calde” del mondo. Questo non scagiona nessuno, ma evita che si faccia di tutta l’erba un fascio. Non sempre la presenza di un fotoreporter è malvista ma è anche vero che non tutti i giornalisti sono in buona fede, quindi, come ti ho detto, il discorso non è semplice.
      Trovo che, inviare immagini come questa, a un concorso che si risolve ogni anno, in una classifica del dolore, (come ho scritto nel post) sia sbagliato, ma anche specchio impietoso del nostro tempo, qualcosa che tutti noi, abbiamo determinato nel nostro piccolo. E lo stesso, a mio parere, vale per la parola scritta, per il giornalismo di penna, quando si dilunga nell’ostentazione compiaciuta del dolore. Il fatto che quest’immagine ti disturbi, purtroppo è una buona notizia, significa che non siamo ancora completamente anestetizzati davanti all’orrore. Ma non credo che questa “buona notizia”, possa confortarti.

      • Per le foto non parlo, non conosco approfonditamente, per Magritte e Michelangelo lo docevo anch’io, apppunto, che la provocazione, se c’è, è solo una piccola parte del tutto.

        Ma veniamo all’ultima foto.
        Vero, o almeno credo, quello che dici, e capisco benissimo. E tuttavia sono convinto che chi si trova in queste realtà, a documentarle con foto o video o quant’altro, nel momento esatto in cui preme il pulsante pensi “bada che figata di foto che mi viene”. L’impressione è questa, confermata dal fatto che hai il coraggio di mandarla a un concorso.

        Credo che tutto sommato, per quanto la presenza di un fotoreporter non sia malvista, anzi, a pochi interessi davvero raccontare, riportare, solamente per farlo, per far comprendere e cercare di cambiare le situazioni. Credo che la maggior parte delle persone vada in giro per il mondo a cercare lo scoop, il video o la foto che “finalmente mi renderanno celebre”. Credo che sia un atto fortemente egoistico e narcisista. Altrimenti una persona che abbia visto queste cose, che le abbia sentite, ne abbia ascoltato le voci, e percepito l’odore, tutto, non dormirebbe la notte. Altro che photoshop e concorso.

  3. Pico de Paperis in ha detto:

    Caro Alessandro. Permettimi un commento in 2 tempi. (con i tempi che corrono….eh eh) Il primo a caldo, davanti agli schermi dei miei amati/odiati Mac, nel mio pedemontano studio/ufficio/loculo. Ooopps, speriamo non se ne accorgano gli amici puritani (??!?)

    Mai come oggi, nell’epoca del telecomando, uno le cose se le deve andare a cercare. Il contenitore, “volgarissimo” prodotto di “americani” (aggettivo dispregiativo) come FB è nato per profitto e approfitto di milioni di mamme, zie, padroni di cani e gatti e sedicenti critiche (!) fotografiche e novelli vittoriani sconvolti.Ci sono poi milioni di miliardi di adolescenti che “non gli può importare di meno” di niente inteso come NIENTE che lo usano per condividere i loro NIENTI (me lo passi?). Quindi, al solito, non bravo, ma GRAZIE per quello che hai scritto. E grazie a FB che non ha fatto altro che ribadire il mio pensiero, che ti era già noto. Anche se lo dovete/dobbiamo usare per fini di facile comunicazione, il mezzo è chiaramente decerebrato ( ma non troppo alla fin fine) e dobbiamo NON meravigliarci di niente. Io, come sai, lo faccio per stile di vita. Ma è solo per la veneranda età. Quindi grazie a FB che essendo popolato di coglioni non ci deve meravigliare se ci tratta come tali. E….donotreplay, si dice così? Quindi a caldo ti dico che siamo coglioni ad adoperarlo. Anche se rimane il giudizio sui….fruitori. A freddo, prometto, sarò più srio ed analitico. Meno cogllione? Speriamo
    PdP

  4. Bravo Ale! Mi sorprende anche la coincidenza che proprio ieri sera provavo a spiegare durante una mia lezione la connessione tra Michelangelo e Mapplethorpe.

    Ad ogni buon modo…sto assistendo a troppe discussioni sul WPP. Il dibattito è sempre buono (e quando manca ne soffriamo perchè non riusciamo a condividere la nostra passione/esistenza), ma sul WPP si crea sempre un gran casino (ogni anno sembra che riprendiamo la discussione da zero) e se sembra che siamo collettivamente disorientati. Ci sono quelli tranchant, ci sono quelli che propongono le mezzo misure, ma alla fine sembra che non ci sia una ratio solida a cui aggrapparsi e soprattutto ho l’impressione che tutti (i reporter, gli spettatori, i critici, gli editori…) si sentano di dover difendere qualcosa che gli può essere strappato.

    Io sono meravigliato della nostra incapacità di vedere l’animale WPP per quello che è tutto intero. Ma ragioniamo laicamente su come è costruito, su come funziona. Qui il giornalismo, il bisogno di raccontare storie, il dolore e la nostra vulnerabilità non c’entrano niente. Ceci n’est pas une pipe!
    Il WPP succhia e mette in competizioni immagini che originariamente avevano un committente, un progetto, uno spazio di pubblicazione e le inscatola in un carrozzone di mediaticità, nè fa un premio e poi una mostra itinerante nei musei. C’è un passaggio in cui ci perdiamo un pezzo costitutivo della fotografia di partenza. Diventa un’altra cosa.
    Quello che tento di dire è che non possiamo avere l’ingenuità di separare l’immagine dalla sua realizzazione fisica e dal canale di comunicazione.
    A me non importa se il WPP sia utile o non utile, ecomiabile o criticabile, a me interessa che venga preso per ciò che è realmente. E’ un carrozzone hollywoodiano che usa le rogole, scritte e non scritte, della mediaticità, del gusto mediatico, del bisogno mediatico e noi non possiamo far finta di dimenticarcelo. Sarebbe come guardare un film in cui muore un personaggio e crederlo morto veramente e indignarci perchè nei film si ammazzano le persone. Chissà se mi sono spiegato…

    • Ti dirò Marco, quest’anno sono davvero disorientato, infatti nel post, scitto a quattro mani con Costanza Maremmi (collega di Foto Fot Fake), abbiamo lasciato solo domande aperte, per quanto riguarda il WPP, questioni che non troviamo di facile soluzione, tanto che giorno dopo giorno viriamo leggermente dall’idea iniziale che ci siamo fatti al riguardo. Quindi in definitiva trovo ancora utile la discussione sull’immagine di Hansen, sebbene ormai mi crei inquietudine, quasi più per il rumore che è stato fatto attorno ad essa che per il suo tragico contenuto. Mi è piaciuto molto nel tuo commento quando hai detto: “ci sono quelli tranchant, ci sono quelli che propongono le mezze misure, ma alla fine sembra che non ci sia una ratio solida a cui aggrapparsi e soprattutto ho l’impressione che tutti (i reporter, gli spettatori, i critici, gli editori…) si sentano di dover difendere qualcosa che gli può essere strappato”. Credo che questa sia una questione spinosa e la tua considerazione squisitamente “scomoda”, da parlarne sottovoce, mi piace, la condivido, penso anch’io che ci sia la generale preoccupazione di un imminente cambiamento all’orizzonte, che non si può più ignorare e rischia di spazzar via convinzioni ormai radicate nel tempo.
      Il World Press Photo è pienamente consapevole del suo ruolo: vince sempre, fra polemiche e apprezzamenti, nessun critico o giornalista può esimersi dal parlarne, nessun fotografo può evitare di sognare di vincerlo, questanno poi, con questo rumore che tutti abbiamo contribuito ad amplificare (vedi bene, anch’io non ho saputo resistere a dire la mia, anche se in un post che parlava di molte cose), tanto che oggi ho letto il post di De Bonis che ne invocava la soppressione, il WPP sigla la sua vittoria più importante. Vince e sbanca i botteghini. Hai ragione tu Marco.

  5. massimo in ha detto:

    Ciao Pagni.
    Avevo incominciato anch’io a scrivere un post sulla foto di Hansen, ma poi ci ho rinunciato, forse perché la cosa mi è sembrata troppo complicata.
    Tu dici che “forse Hansen è riuscito a fare qualcosa di ancora più complesso: sottolineare quanto il filtro patinato dei media, renda ambiguo e distante il mondo fuori e i nostri occhi (…) anestetizzati all’orrore. Mmmhhh… Ho i miei dubbi.
    Premettendo che non ho niente contro il ritocco d’immagine e che la fotografia è nata come un ritocco della realtà più che come una sua restituzione, ho molti dubbi sulla foto in questione. Bella, per carità…, bella come una pagina del National Geographic, come un juke-box, come un rutilante camion Iveco, o una piramide di Ferrero Rocher. Talmente bella che finisce col non raccontarmi più niente. Niente altro che l’impegno estetico del fotografo. E c’è una bella differenza tra quest’immagine e i quadri di Caravaggio, spesso citati su internet a suo proposito. Differenza materica innanzitutto: la foto di Hansen, digitale, ritoccata e poi vista al computer, è per essenza priva di materia e deve (dovrebbe) tener conto di questo suo aspetto per cercare di restituire in un modo suo, diverso da quello della pittura, la materia del soggetto, materia che considero di per sé parte integrante dell’avvenimento fotografato. Persino il muro di blocchi di calcestruzzo grezzi sulla destra e i fili elettrici sulla sinistra e in alto sembrano disegnati, puliti e patinati, cosa che un pittore “caravaggesco” si sarebbe ben guardato dal fare.
    Quel che ho una certa difficoltà a capire è la dicotomia evidente tra la dinamica dello scatto e il risultato ottenuto. Hansen ha ovviamente scattato rapidamente, molto vicino al soggetto, obbligato a spostarsi immediatamente per lasciar passare il corteo funebre. Il suo è stato un gesto fotografico istintivo, quasi animale, comunque probabilmente intriso di adrenalina, tutte cose che sono state poi state fatte sparire dal ritocco. Mi pare che quelle cose siano proprio ciò che di meglio una fotografia come questa dovrebbe e potrebbe restituirci. Invece no: ci troviamo davanti a una rielaborazione estetizzante che magari, come dici tu, costituisce di per sé “qualcosa di ancora più complesso”, ma che diventa un’operazione elitaria e riservata a chi in una fotografia giornalistica (insisto su giornalistica) cerca più un meta-significato che un’informazione. Ma questa è la logica suicida di gran parte dell’arte contemporanea, puramente autoreferenziale e totalmente staccata da quella strana cosa che si chiama “realtà”, con tutte le virgolette che vogliamo. Questa non è, o non dovrebbe essere una foto di David LaChapelle o di Richard Avedon, cioè di persone perfettamente rispettabili, ma che fanno un lavoro diverso pur servendosi dello stesso mezzo espressivo; questa è la foto di un fotoreporter. E da un fotoreporter mi aspetto altro. Me lo aspetto da semplice lettore, da persona interessata a seguire l’attualità del mondo.
    Non so se l’esempio ti sembrerà chiaro, ma quando, nei primi anni 60, in Francia vennero fuori i cantanti “yé-yé”, Jacques Brel disse che quella era una buona cosa perché permetteva al pubblico di fare la differenza tra canzoni e canzonette. Non lo diceva per sminuire le canzonette, solo per dire che erano due cose diverse, come diverse dovrebbero essere delle foto di LaChapelle e delle foto di un fotoreporter. Non credo che dovrebbero essere diverse per via di non so quale legge trascendentale, ma perché il racconto di una storia implica che chi la racconta si metta al suo servizio invece di servirsene per mettere in valore se stesso. Ci si può mettere al servizio di una storia anche restando in primo piano (ne so qualcosa con i miei spettacoli…), ma alla fine se quel che resta allo spettatore è più il modo in cui la storia è stata raccontata che la storia stessa, allora c’è un problema. Nella foto di Hansen vedo più Hansen che il dolore di quei padri e questo mi dà fastidio. Mi viene voglia di dirgli “Spostati, non vedo!”. Il che è qualcosa che mi capita spessissimo a teatro.
    Ciò che mi dà fastidio non è quindi che un avvenimento tragico venga rielaborato “come qualcosa di non oggettivo, come un’interpretazione personale”, come dici tu, ma che quella rielaborazione faccia sparire la tragicità dell’avvenimento, annacquandolo e trasformandolo in pretesto estetico. Non è un’interpretazione personale: Guernica lo era, o il 3 maggio 1808 di Goya, entrambe immagini potenti e personalissime, non documentarie, ma ricche di un’umanità e soprattutto di un’umiltà davanti ai fatti che mi mancano totalmente nella foto di Hansen.
    Vai, Pagni, continua a scrivere sulla fotografia, che lo fai bene.
    Un abbraccio.
    Massimo

  6. Grazie Massimo, come ti ho detto in altra sede, trovo che questo sia uno degli interventi più interessanti, che ho letto fino ad ora su questo argomento e probabilmente anche il più condivisbile.

  7. Un piccolo sub-commento a quello di massimo che ho seguito con interesse. Mi riferisco a quando dice “Questa non è, o non dovrebbe essere una foto di David LaChapelle o di Richard Avedon, cioè di persone perfettamente rispettabili, ma che fanno un lavoro diverso pur servendosi dello stesso mezzo espressivo; questa è la foto di un fotoreporter. E da un fotoreporter mi aspetto altro”.
    Io chiedo: ma siamo proprio sicuri che il fotoreporter è ancora quel mestiere lì? Siamo ancora sicuri che i giornali (lasciamo perdere x un istante la fotografia) ci avvicinino una realtà lontana come nell’ottocento o piuttosto questi organi di informazione ne costruiscono una nuova, parallela e scollata di ordine diverso?
    Qual è la ratio che fa scegliere ad un direttore quali articoli infilare nel giornale e quali no? La rilevanza, i valori oppure il potenziale di rumore che una notizia genera in ogni anfratto correlato?
    E di conseguenza io non capisco perchè continuiamo a vedere le foto del WPP (in origine sì nate come servizi reportagistici) come qualcosa che deve soddisfare il lettore interessato alla notizia, rispettando il profilo e l’etica del reportage…a me sembra che il WPP ha solo in apparenza questa radice, ma in verità è un contenitore glamour. Non è qualcosa che fa da faro su come dovrebbe essere fatta una foto di reportage, piuttosto riflette a specchio la nostra visione mediatica, cinematografia e televisiva della realtà.
    A furia di vedere “drama” questa visione drammaturgica è diventata parte di noi. Siamo stati contaminati.

    A titolo di trasparenza dico anche che questa foto a me risulta muta come una tomba. Ma immagino rispecchi un “gusto comune” (che anche la fotografia ha contribuito a costruire).

  8. massimo in ha detto:

    Un piccolo sub-commento al sub-commento al mio commento da parte di Marco (alé!).
    Mi pare necessario fare una distinzione, con la quale probabilmente potrai essere d’accordo anche tu, tra il lavoro dei fotoreporter e ciò che ne fanno poi giornali e riviste, pur ben sapendo che le due cose sono strettamente legate. Credo che ancora oggi molti fotoreporter facciano il loro lavoro con onestà e sensibilità. E vorrei spiegarmi con un un pezzetto di esperienza personale.
    Ai tempi della guerra in Bosnia ebbi occasione di andare varie volte a Sarajevo, per fare il mio mestiere di teatrante. Una delle cose che mi colpirono di più fu quanto vivere quotidianamente in quella situazione di assedio e di pericolo oggettivo di morte quotidiana provocasse inevitabilmente un’esasperazione delle tendenze naturali di ognuno di noi. La sensazione era che i “buoni” diventassero più buoni e i “cattivi” più cattivi (o i sensibili più sensibili e gli insensibili più coglioni, o come vuoi tu). Mi è capitato di incontrare fotoreporter e giornalisti e di discuterne con loro. Mi ricordo in particolare di lunghe chiaccherate con Zlatko Dizdarevic, editorialista del principale quotidiano bosniaco, Oslobodenje. Ricordo un cameraman del canale francese FR3 che aveva finito con l’abbandonare la telecamera per mettersi a lavorare per una ONG. Di altri, ricordo il malessere e il quotidiano interrogarsi su ciò che facevano.
    Ricordo anche altro: nel momento in cui le prime truppe russe entrarono in Cecenia, ricordo perfettamente l’eccitazione di un giovane fotoreporter freelance che voleva partire immediatamente dalla Bosnia (ma l’aeroporto di Sarajevo era chiuso in quei giorni) e che sembrava impazzire all’idea di non poter essere tra i primi ad arrivare a Grozny. La stessa cosa successe al momento dei primi massacri in Ruanda.
    Ciò che voglio dire è che il contesto estremo nel quale i fotoreporter agiscono tende (a meno che non si tratti di coglioni, che sono numerosi tra di loro come lo sono in qualunque altro gruppo umano, né più, né meno) a far di loro delle persone migliori, perfettamente consce del rischio di lasciarsi andare all’adrenalina.
    Quando espressi il desiderio di andare a Sarajevo, anch’io mi sentii domandare se non fosse osceno andare a recitare in mezzo alla guerra. Poi, naturalmente, una volta tornato, fui anch’io accusato di esserci andato per farmi pubblicità, il che mi sembrò estremamente stupido e neanche degno di risposta.
    La grande maggioranza dei giornalisti e fotoreporter che ho incontrato non erano lì per farsi belli speculando oscenamente sul dramma degli abitanti della città; erano lì per fare un lavoro nel quale credevano.
    Mi dirai che da allora sono passati quasi vent’anni e che la stampa e il mondo sono molto cambiati. Sono d’accordo. Ma continuo a credere che un uomo o una donna che vanno a far foto in situazioni simili lo fanno, nella maggior parte dei casi, perché sperano che le loro foto possano servire a qualcosa. È una speranza vana? Forse, almeno in parte, lo è. Ma è quella speranza che continua a dare dignità ad un impegno senza il quale il mondo sarebbe peggiore di quello che è.
    “Ma siamo proprio sicuri che il fotoreporter è ancora quel mestiere lì?”, ti chiedi tu. Io credo che lo sia, almeno sul campo, perché al di là di ogni utilizzo che viene poi fatto di una data foto scattata c’è sempre il contesto dello scatto, contesto di difficoltà, di sofferenza e di morte. Dubitarne rischia di essere una mancanza di rispetto per tutti quelli (troppi) che finiscono col farsi ammazzare nello svolgimento del loro lavoro (e non dico che tu ne sia colpevole, per carità…).
    Permettitmi un ultimo aneddoto. Sempre a Sarajevo ci fu un giovane pacifista italiano che si fece ammazzare mentre attraversava un ponte verso la zona serba portando una bandiera della pace. Voleva andare a parlare coi “cattivi” e magari convincerli che avevano torto. Con tutto il rispetto per i morti, quello era uno stupido, la cui morte non servì assolutamente a nulla. Al contrario, la maggior parte dei fotoreporter sono perfettamente consci che ci sono cose da non fare e foto da non scattare, anche se quella rinuncia può voler dire non essere selezionati dal WWP.

  9. Grazie sia a Marco che Massimo, il discorsos ta prendendo pieghe davvero interessanti e, finalmente costruittive, rispetto alle schermaglie inferocite che ho trovato su molti blog, inq uesti giorni. Non ho da aggiungere molto (penso neppure Costanza, ma se ne ha lo farà certo con il suo account), ma da imparare dalle vostre riflessioni e ne sono felice.

  10. Massimo ora mi permetto una chiosa anzichè un sub commento. Prima di tutto voglio confessarti che ho letto attentamente il tuo reseconto che credo sia molto utile come tutte le esperienze dirette, ci arricchisce. Io però non ho mai detto nulla contro i reporter o il senso del loro mestiere, mi spiace se hai capito il contrario. Non mi hai convinto però, perchè ero già convinto in partenza che non si tratti di un gruppo di famelici cacciatori di scandali. Per altro io solitamente non mi esprimo mai sul reportage perchè non è il mio mestiere, non sono mai stato in quelle condizioni…e poi mi interessa anche poco.
    Io ne faccio una mera (e se vuoi semplicistica, ma importante) questione intellettuale o concettuale più modestamente. Quando dico che forse il fotogiornalismo è cambiato non insinuo che abbia perso il suo senso, io parlo di altre dinamiche.
    La mia impressione è che si tenda a perpetrare una visione dell’immagine che non era giusta prima e sbagliata oggi, era sbagliata prima e risulta sbagliata ancora di più oggi solo che prima non avevamo modo di accorgercene. Non avevamo la giusta risoluzione. Uno deve guardare a tutta la catena in cui passa la foto. Una volta c’era il giornalista che andava in loco probabilmente con un assignment di un giornale (o freelance), faceva il suo lavoro onestamente che sfociava in una pubblicazione su riviste o giornali. Era un mondo concepito per contenere intrinsecamente questo modo di lavorare. Da lì non si sfuggiva. Ora non funziona più così: si parte con gli stessi presupposti ma poi la foto (digitale) ha un’inerzia a trasformarsi in 100mila modi diversi, per canali diversi, su pubblici diversi (manca solo che diventa tazza da the!) e questa mediaticità prima o poi stringe in qualche punto. Non faccio esempi concreti se no si fa notte.

    Tutto questo per dire cosa? Primo: che guardare al lavoro di reportage sul sito del fotografo e attraverso il WPP sono due cose diverse sebbene l’immagine sia la medesima.
    Secondo: io sono convinto che abbia moltissimo senso documentare in modo eticamente irreprensibile proprio perchè ed anche perchè esistono premi che volenti o nolenti ci piovono addosso e standardizzano il nostro sguardo (nel momento in cui un racconto risulta prevedibile non è più informativo, questa è una legge dimostrata da decenni). Io sono super-arci convinto che la fotografia più sincera debba essere pensata fin dal principio per un fine ed un interlocutore preciso ed unico, solo così si può essere specifici (non parlo solo di composizone o ritocco di immagini ma di tutta la “comunicazione” intorno ad un lavoro) ed efficaci.

    Ora ti racconto io un aneddoto di ieri. Sono andato da un editore con un mio oggetto. Lui mi dice che è bellissimo ma che non se ne fa niente perchè la mia creazione è solo un primo punto di partenza. Se non ci creo attorno l’hype il libro non funzionerà. Parafraso: il successo e perfino la possibilità di realizzare un libro non dipende da cosa ci scrivi, ma dalla ciccia che c’è intorno. E’ per questo che esiste un libro di barzellette di Totti. Qui non si tratta più di fotografia capisci? qui sono le dinamiche del mondo con le quali bisogna fare i conti concretamente.

    Finisco dicendo che se sono intervenuto è perchè credo che le dinamiche che segnalo si inseriscano su tutta la fotografia, io lo vedo tal quale sul paesaggio anche se non c’è nessuna sofferenza, nessun WPP, nessun dibattito da decine di commenti nei post…ma è preciso spiaccicato, allora significa che la questione non è settoriale, ma della fotografia cioè al modo in cui noi guardiamo le fotografie.

    e ci ho pure fatto un articolo sul mio blog, tanto è mio e sfogo le paturnie come voglio!
    ciao

  11. Vi segnalo questo post, molto interessante per arricchire ulteriormente il discorso:
    http://afiponline.blogspot.it/.
    Buona lettura

    • Non so ale a me questo articolo mi è sembrato molto “democristiano”. Fatto da questo tipo di istituzione mi lascia molto malcontento. Non voglio essere noioso, credo di aver già detto la mia posizione, ma continuo costantemente a sentirmi insoddisfatto man mano che leggo questi commenti o prese di posizione. Non mi sembra tocchino il punto (l’autore dice il vulnus) anche se toccano tanti punti, anche di discreto significato.
      Anche il continuo scaricabarili tra fotografi e fotoeditor non mi sembra costruttivo, ma non voglio andare oltre perchè non è il mio campo.
      Grazie del link lo terrò monitorato per mia informazione!

      • Ciao Marco,

        sono l’autore del post sul blog dell’AFIP.

        Spero vivamente che tu non abbia dato del “democristiano” al mio articolo per via del mio cognome! (Se ti mancano i riferimenti consulta questo video http://www.youtube.com/watch?v=uvu_2TJPzQk).

        La questione del WPP è spinosa e richiede lunghe riflessioni in merito. Ne ho trattato nell’articolo cercando un punto di vista (quella della giornalista di guerra) che insieme ad altri poteva dare un contributo diverso al dibattito.

        By the way, ultimamente ho sentito dire da un grande della fotografia italiana che “la Fotografia è una grande madre”.
        È vero, e noi, in quanto fotografi, siamo tutti figli di questa madre e tutti fratelli. E per continuare il paragone, spesso ci comportiamo come i peggiori tra i fratelli, con invidie, gelosie, rabbia, dispetti… Curiamo il nostro orticello gettando veleno sugli orticelli circostanti e non arriviamo mai da nessuna parte. Che lo si voglia o no, il WPP sarà anche un carrozzone hollywodiano, ma è un premio troppo importante per sottovalutarlo. Come altri premi d’altronde.
        Dici che la fotografia dev’essere pensata per un unico interlocutore. Avendo io studiato Storia dell’Arte per tanti anni, ho imparato che l’arte deve parlare a tutti. Ma proprio a tutti. Come una parabola evangelica (il paragone non è mio ma di Benedusi, pensa un po’), che da un livello più semplice si può aprire a infiniti e più profondi significati. Come ho detto nel mio post, la Fotografie è sempre arte. Ben venga se utilizza qualche artifizio per essere più appetibile ad un grande pubblico, se ha un messaggio (e la Fotografia per me deve avere sempre un messaggio), verrà veicolato meglio.
        Per come la vedo io, la foto del WPP ha avuto il merito di aver portato la guerra agli occhi di molti, dei molti che di solito non vedono un tg o non leggono un giornale, e questo grazie anche alla diffusione che ne abbiamo fatto noi per primi tramite i social network. Riprendendo un esempio già abusato: se io vedo la foto del Miliziano Morente di Robert Capa di certo non mi faccio un’idea complessiva sulla Guerra di Spagna, né sull’opera omnia dell’autore, ma di certo rimango molto colpito.

        Per la questione del passarsi la patata bollente tra i photoeditor e i fotografi, è una questione su cui discuterne è solo una perdita di tempo. Il mercato della fotografia, in quanto mercato, dev’essere competitivo. Per essere competitivo ha bisogno di cose nuove, che creino, nel nostro caso, anche una nuova estetica. Ci ho sbattuto il muso pure io, come molti. Per il fotoreportage invece si tende ad appiattire tutto con questa postproduzione, rendendo, come dice Alessandra nel mio post, non solo una foto uguale all’altra, ma difficile da ricordare. È evidente che c’è anche un problema di fruizione del vasto pubblico, perché evidentemente non riesce a processare un’immagine con un’estetica differente e innovativa. È inutile pensare che “prima era meglio” e lamentarsi con continui piagnistei. Le cose cambiano e si evolvono, non sempre come ci piacerebbe a noi. Però noi possiamo partire da quello che ci chiedono per dare il nostro contributo a cambiarle le cose.

        G.

  12. Ciao Giuseppe, benvenuto e grazie mille per il tuo contributo sia per quanto riguarda il post sia per quanto riguarda questo tuo chiarimento. Parlando del topic in questione (la fotografia vincitrice del WPP), devo ammettere che, mai come quest’anno, mi sono letto tutto quello che è stato scritto al riguardo e di nuovo, mai come questa volta, mi sono sentito privo di un giudizio definitivo, quindi leggo con gran interesse tutte le opinioni che sono confluite qui, come la tua, davvero ben argomentata che per molti versi condivido.
    Sto cercando, a differenza del passato, di essere meno battagliero e fermarmi di più ad ascoltare (vedi leggere in questo caso) tutto quello che può arricchirmi riguardo alla fotografia. Questo tuo post è riuscito a farlo e mi hanno colpito particolarmente gli interventi al suo interno di Laura Silvia Battaglia e Alessandra Quadri, adette ai lavori e quindi impossibili da ignorare.
    Grazie ancora

    • Caro Giuseppe, leggo con rispetto il tuo commento come rispettose volevano essere le virgolette nell’aggettivo “democristiano”. Ti assicuro che non ho mai pensato per un minuto che l’arte dovesse parlare ad un’interlocutore, dicevo piuttosto che la fotografia (a mio avviso) trova la sua massima efficacia quando è costruita in modo iperspecifico su tutte le sue direttrici (non parlo solo dell’immagine ma di tutto ciò che sta attaccato alla comunicazione generata da o per la fotografia). Mi rendo conto di non essere esaustivo ma non è questa la sede. Al massimo trovi sul mio blog un articolo a riguardo.
      L’altro concetto che mi sembra da chiarire è che non ho mai detto che il WPP vada ingnorato. Affatto (se non altro, in ultima istanza, come fenomeno di costume). Solo non possiamo credere che la fotografia sia tutta lì, almeno io non lo credo questo.
      Tu dici che questo premio mediatico ha il merito di portare l’immagine a persone che non aprono il giornale via social (quindi non sotto forma di fotografia ma di immagine vincolata a meccanismi specifici di visualizzazione e circolazione) ed è verissimo. Anche il merchandise di un museo porta Van Gogh sulle davole del popolo sotto forma di tazza (non sono ironico, è positivo), ma nessuno mi auguro pensa di guardare davvero Van Gogh da un poster o una tazza. E’ semplicemente un’altra cosa. forse l’esempio non è totalmente calzante, ma spero possa chiarire in parte cosa intendo io per specificità.

  13. A chif osse interessato a proseguire la discussione, consiglio la lettura di questa stimolante intervista a Philippe Daverio, che tocca anche il nostro agromento.

    http://www.treccani.it/magazine/piazza_enciclopedia_magazine/cultura/I_calciatori_volanti.html

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