@fotoforfake

Undici – Philip-Lorca diCorcia

Eleven ©Philip-Lorca diCorcia

Eleven ©Philip-Lorca diCorcia

di Alessandro Pagni
@ale_pagni

Undici anni.
Undici volte fra le pieghe di metropoli radicalmente distanti e non solo per questioni geografiche.
Tre ritorni: Parigi, New York, Los Angeles, come qualcosa rimasto in sospeso.
Il comune denominatore di Eleven, volume che raccoglie le serie fotografiche prodotte per W Magazine, da Philip-Lorca diCorcia (fra il 1997 e il 2008), in un continuo girovagare fra Cairo e Havana, San Paolo e San Pietroburgo fino a Bangkok (oltre alle città sopra citate), è quel senso traballante di bilico fra simulazione e autenticità, nel racconto della commedia umana.

Cairo ©Philip-Lorca diCorcia

Cairo ©Philip-Lorca diCorcia

È un genere di fotografia che non sembra a suo agio con le definizioni, non è semplice tracciarne un perimetro marcato, i linguaggi adoperati si compenetrano e ballano insieme per creare qualcosa che i circoli fotografici detestano terribilmente, uno stile.
Cos’è quello che vediamo? Glamour? Paesaggio urbano? Ritratto?
Il grande fascino dei lavori di Philip-Lorca diCorcia risiede nel “non essere”, nel rifiuto di definizioni schematiche e rassicuranti: non solo reportage, non solo staged photography, ma verità nascoste, portate all’attenzione di chi ha la chiave per interpretarle, in una forma costruita e cercata con ostinazione.
Credo che potremmo buttar giù una pagina fitta di ipotesi e interpretazioni, per ciascuno dei suoi scatti, se non fosse perfettamente inutile.
Queste immagini semplicemente “non sono”, ciò che ci aspettiamo dalla fotografia.

Bangkok ©Philip-Lorca diCorcia

Bangkok ©Philip-Lorca diCorcia

Bangkok ©Philip-Lorca diCorcia

Bangkok ©Philip-Lorca diCorcia

Da molti, il suo approccio viene considerato cinematografico, sebbene in realtà, diCorcia sembri rifiutare tale definizione: i suoi lavori sono momenti congelati che lasciano intuire una costruzione narrativa, ma il più delle volte non la risolvono, restituendo al contrario un senso di mistero riguardo al messaggio intrinseco, che destabilizza l’occhio di chi guarda.
La veridicità delle situazioni presentate viene ripetutamente messa in discussione e i richiami a forme più o meno manifeste di finzione, sono continui: come nella serie ambientata al Cairo, dove scene di vita vengono intervallate con manichini o animali imbalsamati, finti o addomesticati e sempre sotto vetro, sempre seguiti attraverso un filtro anteposto fra chi guarda e chi viene osservato, che un po’ ricorda quello della fotocamera e un po’ quello di una teca.

Havana ©Philip-Lorca diCorcia

Havana ©Philip-Lorca diCorcia

Havana ©Philip-Lorca diCorcia

Havana ©Philip-Lorca diCorcia

In altri casi la sensazione che lasciano certi salotti, certi sguardi obliqui e composizioni perfette (come la citazione di Hopper in un bar dell’Havana) è quella di un eccesso di teatralità, di precisione e abbondanza di possibili significati, che solo un compulsivo Winogrand, riusciva a rubare al mondo del reale. Sembra che il fotografo stesso, voglia deliberatamente svelare i proprio trucchi, non cercando di nascondere l’utilizzo di punti luce aggiuntivi e flash, ma facendo al contrario, di questa illuminazione ambigua, una cifra stilistica.
La distanza che pone fra sé e ciò che racconta, è forse, uno dei punti chiave della sua visione: guardare un mondo immobile, sotto vetro, dà modo di studiarlo con la passione dello scienziato e allo stesso tempo di modificarlo, costruirlo da zero o intervenire nelle dinamiche rappresentate, con l’onnipotenza del demiurgo. Sensazione amplificata, appunto, dalla presenza costante della luce sovrannaturale e caravaggesca, che taglia il campo visivo, isolando ogni personaggio con la propria aura.

New York ©Philip-Lorca diCorcia

New York ©Philip-Lorca diCorcia

New York ©Philip-Lorca diCorcia

New York ©Philip-Lorca diCorcia

Di città in città, lo spettatore viene accompagnato da una guida dal sapore dantesco (nella prima serie parigina, la protagonista d’eccezione è Isabelle Huppert), dietro angoli o incontri e di nuovo non è chiaro se sia la città a fare da contorno a enigmatiche vicende senza conclusione o siano questi abbozzi narrativi a fungere da pretesto per mostrare l’atmosfera differente di ogni capitale.
Un altro punto focale di questa antologia fotografica, che copre quasi un decennio e quindi non casuale, ma chiaro segno della filosofia di Philip-Lorca diCorcia, è l’uso costante, spesso simultaneo, di “finestre”, di frame, da cui poter osservare la realtà fuori e di superfici riflesse, per mezzo delle quali mettersi in discussione e comprendersi: un riferimento colto alla mostra “Mirrors and Windows” (1978) al MoMA, voluta da John Szarkowski e una dichiarazione di intenti, che lo colloca fuori dalle superficialità della moda e delle categorie.

Paris ©Philip-Lorca diCorcia

Paris ©Philip-Lorca diCorcia

Los Angeles ©Philip-Lorca diCorcia

Los Angeles ©Philip-Lorca diCorcia

L’ultima fotografia che chiude il libro è un congedo carico di solitudine: Los Angeles fuori dall’inquadratura e dentro al ritaglio dell’obiettivo, una donna che affonda dentro a una piscina, col viso illuminato e mascherato dalle bolle d’aria che la circondano, sopra un tenue chiarore e sotto di sé, mentre scende lenta, il buio. Ripercorrendo a ritroso questo “non essere” fino al fumo nero della prima immagine, con le Piramidi sullo sfondo, e un migliaio di battiti di palpebre prima di arrivare alla fine del volume, resta una sola parola sulle labbra: Zeitgeist, lo spirito del tempo.

Annunci
Questa voce è stata scritta da AlessandroPagni e pubblicata il gennaio 21, 2013 su 12:42 pm. È archiviata in Fakers con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

6 pensieri su “Undici – Philip-Lorca diCorcia

  1. Questo autore è sconvolgente e confesso la mia ignoranza: non lo conoscevo. Ale hai mica il sito internet ufficiale? Da una prima ricerca su google non lo trovo, benchè le immagini sue pullulino.
    grazie

    • Ciao Marco, si è davvero notevole e purtroppo non ho trovato da inserire, riguardo al volume “Eleven”, le immagini che avrei voluto. Purtroppo anche le mie ricerche non sono andate a buon fine: non ho trovato un sito web ufficiale, probabilmente non c’è (capita spesso in realtà con grandi nomi), ma se vuoi farti un regalo, quando hai qualche soldo da parte, ti consiglio questo libro, è davvero splendido.

  2. tre parole: ‘metatesto’ ‘trasparenza’ e ‘wunderkammer’. la prima la evoca il fatto che ogni immagine racconta senza terminare qualcosa. ogni immagine ha una finestra aperta lasciando così doppiamente il senso della possibilità-che ogni buona immagine dovrebbe dare al lettore, ovvero evocare, a meno che non si faccia reportage spicciolo con la pretesa di congelare un momento oggettivo. ovvero offrire un racconto, non detto, ma possibile che si apre dall’immagine stessa. la seconda parola mi è data sempre dall’inserimento di finestre intese come spazi aperti o come costruzione di set veri e propri (vedi la foto con i pugili, sembra un palcoscenico). questi espedienti mi fanno pensare alle foto come un insieme di ponti, visioni, da cui emerge un mondo. anche l’acqua ha questo immenso potere: ‘ho una barriera trasparente che mi permette di vedere qualcosa oltre la mia dimensione’. va da se poi la parola wunderkammer: le camere delle meraviglie, questa me la suggerisce il senso di profondità di ogni foto. ognuna è fatta di livelli (fisici e trasparenti, metatestuali e annunciati) e solo questo ci da meraviglia (la meraviglia è uno dei motori scatenanti la conoscenza secondo aristotele). ogni foto è profonda, un piccolo diorama dove i personaggi sembrano ‘pupazzi’ o attori, che hanno senso solo perché inseriti nella scatola-frame.

  3. Alessandro, hai tirato in ballo Hopper. E qui diCorcia ne parla. Allego il video http://www.youtube.com/watch?v=474kFdk4kBA

  4. Video interessantissimo, sarà che adoro talmente tanto Hopper che quando portarono la mostra a Milano (uno dei pochi allestimenti di spessore di palazzo reale degli ultimo 5 anni) la vidi 3 volte di fila.
    C’è quella donna col tacco rosso in Havana che turba i miei sogni.E’ una figura ossessionante, un punto di domanda: chi è, chi aspetta, dove andrà, da dove viene, qual è la sua storia? Non c’è risposta e tutta l’impalcatura si regge su questo, come tutta la buona fotografia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: