@fotoforfake

Alla fotografia basta poco

Nudo Zebrato, New York, 1997 ©Lucien Clergue

Nudo Zebrato, New York, 1997 ©Lucien Clergue

di Alessandro Pagni
@ale_pagni

Alla fotografia basta poco.

Il più delle volte, addirittura basta meno, di ciò che si fa, dei nostri sforzi sovrumani per aggiungere qualcosa, anche un piccolo tassello, al mondo sconfinato del guardare.

La fotografia è pre-visualizzazione, è teatro, è furto e caccia grossa, è filosofia e commercio, ma tende facilmente a essere spazzatura, noia, frustrazione e rifiuto, se si pretende una formula da poter applicare alle nostre uscite domenicali, per aggiudicarsi il primo posto nella prossima edizione di Portfolio Italia o per sognare di inciampare in qualche cadavere fresco da sottoporre alla giuria del World Press Photo.

In un concorso nazionale ho avuto modo di osservare il lavoro di un fotografo che ha spacciato per suo, uno sguardo che assomigliava un po’ troppo alla visione unica di Ghirri: il primo anno questo ha giocato a suo favore, la seconda volta assolutamente no. Perché il fotografo in questione non era Luigi Ghirri. Perché non esistono teoremi che risolvano la cruciale questione della creatività e non devono essere confusi con il rigore, il mestiere, il progetto, che sono comuni setacci per divide un fotografo da un cialtrone: l’unica bussola in grado di portarci all’emozione è l’istinto. A Ghirri bastava così poco: un corso d’acqua, due argini opposti di un fosso e la nebbia ovunque.

Nudo Zebrato, New York, 1997 ©Lucien Clergue

Nudo Zebrato, New York, 1997 ©Lucien Clergue

Ho sempre pensato alla fotografia come ad una sovrapposizione di strati da gustare liberamente: possiamo passare due secondi di fronte a un’immagine, pensare «bella» e andare oltre, lasciarla scivolare leggera in mezzo a milioni di imput che ci affollano le giornate; altrimenti possiamo indugiare, assaporare la composizione, la tecnica, il motivo dietro alla scelta di un soggetto, lasciarsi trascinare da una suggestione, leggerne le sedimentazioni simboliche, culturali e i possibili riferimenti. Ci sono scatti che necessitano pagine su pagine di critica, per essere sviscerati quanto basta per conferigli la giusta dignità. Poi ci sono momenti che non hanno bisogno di troppe parole o che ne fanno nascere di differenti, che potremmo tranquillamente chiamare stimoli e sono porte spalancate su nuovi paesaggi, sentieri aperti nella giungla, che portano in luoghi “altri” che non avremmo pensato di visitare, senza quel genere di scossa.

Nudo Zebrato, New York, 1998 ©Lucien Clergue

Nudo Zebrato, New York, 1998 ©Lucien Clergue

Penso ai Nudi Zebrati di Lucien Clergue nati nel 1997 (e che arricchirà ulteriormente nel corso della sua vicenda artistica), una serie fotografica di una semplicità disarmante: un gioco di ombre indagato, prima e dopo di lui, da fotografi alle prime armi e da professionisti navigati, così tante volte da non sapere più se ha senso parlarne.
Eppure me li trovo qui, al centro dei miei pensieri e non riesco a smettere di prenderli in considerazione.
È come se quelle curve striate dalla luce descrivessero un perimetro chiuso, da cui non riesco a uscire, seducente come un labirinto.
È come se quelle linee celassero una formula matematica perfetta (ma indecifrabile), un misterioso gioco di parole, un Sator che promette segreti, dove forse non ce ne sono.

Nudo Zebrato, New York, 1998 ©Lucien Clergue

Nudo Zebrato, New York, 1998 ©Lucien Clergue

Quanto poco ci vuole alla fotografia?
Bastano due corpi, le veneziane alle finestre, una giornata limpida e il mondo fuori che continua il suo ostinato corso.
Basta questo per ricamare splendide bugie suggerite dalla penombra e basta ancora meno per vedere svilupparsi, davanti ai nostri occhi stupefatti, intere vicende da romanzo, col potere che è proprio solo alla fotografia (alle buone fotografie), di inglobare il prima e il dopo, il dove, il quando, i perché, nella ripresa di un unico istante: la stanza immersa nel buio saturo di odori, due (forse tre) amanti che si nutrono di qualcosa che normalmente gli è impossibile o proibito; e non riesco a evitare di pensare che appena fuori da questa finestra possa esserci un porto, del mare o un affaccio sulla città particolarmente arieggiato. Non riesco a ignorare il grido dei gabbiani. Secondo me ci sono, ci giurerei e da qualche parte, poco lontano dall’inquadratura, qualcosa di fresco dentro a una brocca descrive cerchi concentrici ad ogni pulsazione del pavimento. Sono anche certo che qualcuno nella stanza stia ridendo e tutto fra poco diventerà liquido e scivoloso.

Nudo Zebrato, New York, 2001 ©Lucien Clergue

Nudo Zebrato, New York, 2001 ©Lucien Clergue

Abbandono queste fotografie, torno a guardarle dopo alcuni minuti e tutto è cambiato: siamo su una galassia lontana, su un’astronave a Propulsione di Improbabilità e uno scanner speciale sta rilevando la quantità di energia vitale che attraversa questi corpi umanoidi carichi di luce, le onde vibrano e cavalcano le membra, si accende un desiderio extraterrestre e le ossa si fondono con la carne per ricostituirsi in forme diverse, in un moto continuo e inarrestabile.

Nudo Zebrato, New York ©Lucien Clergue

Nudo Zebrato, New York, 2007 ©Lucien Clergue

Se le lascio sole, queste immagini, a decantare altro tempo, la gelatina d’argento riesce a trasformarsi e a sedurmi ancora, a raccontarmi di canyon, gole e quadri astratti che Minor White ritagliava dal paesaggio o di inquietudini noir a cavallo fra le ombre di alcune immagini di Tulsa di Larry Clark e le bambole tristi di Hans Bellmer.

Nudo Zebrato, New York, 2007 ©Lucien Clergue

Nudo Zebrato, New York, 2007 ©Lucien Clergue

Le fotografie quasi sempre, raccontano bellissime bugie e come la musica, infinitamente nuove.
Sono le false certezze dei fotografi a renderle banali.

Annunci
Questa voce è stata scritta da AlessandroPagni e pubblicata il gennaio 7, 2013 su 3:05 pm. È archiviata in Fakers, Pensieri con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

3 pensieri su “Alla fotografia basta poco

  1. Sono d’accordo con la lettura emozionale che proponi in questo articolo, applicabile in definitiva senza distinzione di genere. E c’è un passaggio (quello dei gabbiani) che mi sembra importante formalizzare. Provo a farlo secondo la mia modesta esperienza.
    In quasi tutti i dibattiti sulla fotografia (vuoi forum, vuoi circoli, vuoi festival, vuoi libri, vuoi articoli critici) l’atteggiamento dominante (specie in Italia) è quello di scomporre la lettura della fotografia in fattori logici e formali, riassemblando da questi un presunto significato. Posto che qualcuno ha già scritto un saggio che si chiama Against Interpretation, a me – da fotografo – sembra che nessuno pensi mai a cosa significa fare una certa foto in termini esperienziali. Cosa significa attendere una certa luce, il passaggio di un uccello. Cosa significa essere proprio in quel punto, su quella piastrella e non un’altra. Cosa succedeva fuori, che razza di gente si era incontrata un minuto prima di scattare. Per quanti mesi si è tentato di fotografare un albero e questo non si voleva mai svelarsi per come noi sappiamo vederlo.

    Io credo che in questo preciso punto la fotografia si carichi di incredibili suggestioni. Per lo stesso motivo tanta fotografia contemporanea la trovo priva di suggestioni, perchè troppo attenta a progettare a tavolino, in astratto, qualcosa che in fin dei conti sarà acquisito dal mondo, NEL mondo. Si va troppo veloci e la foto prescinde dall’esperienza del fotografare

  2. Se si parla di suggestioni, una delle fotografie che mi sembrano un bellissimo enigma è Elevator di Robert Frank. Per quanto io detesti il reportage, non riesco a non chiedermi infinite domande su quella ragazza. Dove stava andando o dove era andata? Chi aveva incontrato o stava per incontrare per avere quell’espressione turbata? Che cosa capivano della sua storia i passeggeri dell’ascensore? Cosa si portava nel cuore?

    Una volta provai a scrivere diverse trame di raccontini basati su quella fotografia, partendo da ipotesi diverse. Se ne possono fare infiniti e alla fine, quel che conta, è proprio l’innesco di questo meccanismo di immaginazione, i nuovi mondi creati a partire da una suggestione imprecisata.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: