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Robert & Shana ParkeHarrison: notizie dalla fine del mondo

Mourning Cloak ©Robert & Shana Parkeharrison

Mourning Cloak, dalla serie Grey Dawn ©Robert & Shana Parkeharrison

di Alessandro Pagni

Come avrete già intuito da alcuni post pubblicati su questa piattaforma, la questione del rapporto fra uomo e natura con tutte le sue possibili declinazioni, è particolarmente cara allo staff di Foto For Fake. La prima esperienza espositiva di questo progetto (all’interno del Siena Festival 2012, concluso ormai da qualche mese), è stata fortemente voluta proprio all’interno dell’Orto Botanico della città di Siena, nell’affascinante serra delle Succulente, scegliendo un lavoro strettamente connesso a tematiche “ecologiche”, come l’inedita mostra Today/Tomorrow di Francesco Minucci.

A tal proposito, visto che ci stiamo avvicinando ormai alla chiusura del calendario Maya e National Geographic Channel, manda in onda per la nostra autostima, apocalittici americani e nostrani (ma ne immagino distribuiti in parti uguali in tutto il globo) intenti a cucinare serpenti, costruire bunker in cantina e imparare l’arte di uccidere il prossimo con frecce infuocate (nel caso un giorno tornasse utile), trovo costruttivo e stimolante, raccontare il lavoro di chi ha meditato in modo originale e tutt’altro che retorico, sulla questione del pianeta terra e delle sue radicali trasformazioni per mano dell’uomo.

The Sower, dalla serie Passage-Architect's Brother ©Robert & Shana Parkeharrison

The Sower, dalla serie Passage-Architect’s Brother ©Robert & Shana Parkeharrison

Una delle ricerche, a mio avviso, più convincenti e coinvolgenti sulle problematiche ambientali, è quella intrapresa da Robert & Shana ParkeHarrison durante tutto il percorso della loro vicenda artistica.
Ho incontrato le loro mise en scène sulla rivista di cultura fotografica Zoom (Gennaio-Febbraio 2007) alcuni anni fa, ed è stato il primo lavoro di staged che è riuscito a colpirmi intimamente. Parlare di staged photography e di manipolazione delle immagini (analogiche e digitali) , rivolgendosi ai ParkeHarrison è riduttivo, le loro opere li collocano perfettamente a cavallo fra fotografia di grande livello, eseguita magistralmente e arte contemporanea nel senso più esteso del termine: gli scatti sono costruiti in modo accurato e teatrale, ma all’interno racchiudono piccoli tesori di scultura, interventi che richiamano la land art e una gestualità cara alle arti performative. Non a caso le influenze di questi due artisti spaziano da Magritte a Rebecca Horn, da Joseph Beyus ad Anselm Kiefer, fino a Robert Wilson.

Il pianeta che raccontano è un luogo malato, ferito gravemente, forse in prognosi riservata.
È  una macchina complessa che ha fuso il motore e sembra che solo un piccolo personaggio, sia stato incaricato della sua manutenzione e rianimazione. La sensazione generale di fronte a queste fotografie è che ci troviamo, abbandonati da qualsiasi dio, alla periferia dell’universo in un pianeta in rovina, dove un uomo qualsiasi, con niente di eroico tranne la perseveranza, si ingegna a risolvere, mediante riti singolari e macchinari bizzarri, il rompicapo che affligge l’amata/offesa terra.
Il protagonista delle storie di questa coppia di fotografi, assomiglia sempre allo stesso archetipo, è un simbolo di viscerale solitudine e della comune impotenza umana: quell’essere buffo e oberato rappresenta tutti noi, nel momento in cui diventiamo consapevoli, apriamo gli occhi e, con ogni mezzo, cerchiamo di mettere a posto una situazione ormai ingestibile.

Burn Season dalla serie Architect's Brother ©Robert & Shana Parkeharrison

Burn Season dalla serie Architect’s Brother ©Robert & Shana Parkeharrison

Partendo dalla sconfinata saga Architect’s Brother dalle atmosfere antiche e sbiadite, si percorre lo stesso sentiero, passando da Gray Dawn e il suo illusorio ritorno al colore  (un colore infetto e stantio), per approdare al più recente Counterpoint con un desiderio rabbioso di rinascere e germogliare: il comune denominatore è sempre quell’ingegno alchemico, a tratti animistico, che permette di ideare strutture e dispositivi adatti all’espletamento di rituali oscuri e sciamanici.
C’è una profonda intimità e una poesia amara, a tratti ironica, fra le pieghe di queste invocazioni fotografiche, che assomigliano alla promessa di fare qualcosa al più presto, disperatamente, al costo di mettersi in gioco in prima persona. Se seguiamo il filo cronologico delle serie realizzate, percepiamo, dalla foga quasi ingenua iniziale (il periodo delle enigmatiche invenzioni), un senso di arresa e straniamento, nei lavori successivi, che culmina in un’immagine topica del legame controverso fra natura e uomo: la fotografia sorprende il protagonista stanco, seduto su una sedie col capo chino (che la posa lunga e un leggero movimento, rende impossibile da identificare), è defilato sulla sinistra dell’inquadratura, sembra non avere più forze né intenzioni; accanto a lui una porta socchiusa, da dove la vita, sottoforma di rigogliosi rametti verdi, si protende con prepotenza oltre l’ingresso per toccarlo, forse per un’ulteriore disperata richiesta di aiuto, forse per rincuorarlo, che tutto quello sforzo, tutte quelle ingegnose trovate, quell’infinito penare, non è stato vano. È lì che la storia dei Parkeharrison sembra trovare un nuovo slancio e il loro attore, moltiplicabile all’infinito come le gocce umane di Golconda, si mette ancora in prima linea (Counterpoint), rendendosi fertile terreno per future rinascite. E solo dopo aver dato tutto ciò che era umanamente possibile, cede il testimone ad altri e prende commiato, in un catartico mulinare d’ali.

The Scribe dalla serie Gray Dawn ©Robert & Shana Parkeharrison

The Scribe dalla serie Gray Dawn ©Robert & Shana Parkeharrison

Undergrowth dalla serie Gray Dawn ©Robert & Shana Parkeharrison

Undergrowth dalla serie Gray Dawn ©Robert & Shana Parkeharrison

Winter Arm dalla serie Counterpoint ©Robert & Shana Parkeharrison

Winter Arm dalla serie Counterpoint ©Robert & Shana Parkeharrison

È una poesia di due secoli fa questa, dei giorni delle rocambolesche invenzioni, fra tempi moderni e folclore, ma scritta da artisti di oggi, con consapevolezza e un controllo smaliziato del medium, sia nei fotomontaggi su pellicola, sia nelle elaborazioni in Photoshop: così vasto e irresistibile l’immaginario che hanno creato intorno a un tema, se vogliamo inflazionato e passibile di facili qualunquismi, che meriterebbe soffermarsi ad sviscerare ogni singola immagine creata.

Bloodroot dalla serie Counterpoint ©Robert & Shana Parkeharrison

Bloodroot dalla serie Counterpoint ©Robert & Shana Parkeharrison

Ascolto consigliato: The Cure – Seventeen Seconds

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Questa voce è stata scritta da AlessandroPagni e pubblicata il dicembre 11, 2012 su 10:53 am. È archiviata in Fakers con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

5 pensieri su “Robert & Shana ParkeHarrison: notizie dalla fine del mondo

  1. Marco^ in ha detto:

    Secondo me questo tizio ha fatto scorpacciate di Jerry Uelsman!

    • Hai ragione Marco, sebbene nelle interviste che ho letto, sembrassero affascinati più al mondo delle arti contemporanee fra scultura, site-specific e arti performative, che al mondo del fotografico. Certo uno sguardo a Jerry Uelsmann è innegabile, quantomeno per la scelta visionaria nella composizione delle immagini, ma credo che dietro alle serie fotografiche dei ParkeHarrison ci sia una, controllata e volontaria, ricerca di metafore atte alla loro raffinata denuncia. Mentre in Uelsmann troviamo un’associazione di immagini più istintiva, simile alla scrittura automatica surrealista, qualcosa pescato nell’inconscio per intenderci. In ogni caso c’è in entrambe le poetiche, una comune ispirazione agli universi magrittiani che li colloca sullo stesso sentiero.

  2. Marco^ in ha detto:

    Ma certo, sono lavori di stampo proprio diverso. A mio gusto la partita finisce 4-0 per Jerry però non ha neanche senso parlarne in questi termini.
    Io credo che Uelsman incarni molto bene il rapporto che gli americani hanno col loro ambiente, che è completamente diverso dal nostro di europei. E’ un rapporto che ha radici arcaiche, misteriose. Il cielo americano è qualcosa di troppo vasto per essere compreso e pertanto rimane traccia di qualche segno o manifestazione primitiva.

    Questi autori che tu proponi di certo hanno uno sguardo più contemporaneo (ragion per cui a mio gusto risultano essere meno efficaci). C’è tutta una fioritissima lista di personaggi che si dedicano ad un fine-art fatto di fotomontaggi di stampo retro che mirano a seconda dell’autore ad aspetti più onirici. altri più psicologici, altri ancora più fantastici e via discorrendo.

    Non so se conosci questo (che però si occupa di tutt’altro nel suo core business):
    http://www.denisolivier.com/p_sets.php?sid=-2000

    E infatti non capisco quale urgenza lo conduca su questi lidi della stage photography date le sue premesse

  3. È incredibile che esistano ancora foto così incredibili

  4. Pingback: Il senso di FFF per l’acqua « @fotoforfake

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