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The Last Remaining Light: gli archivi sentimentali di Nicolas Dhervillers

Waiting group, 2011 My sentimental Archives Photographie 130x205 cm ©Nicolas Dhervillers

Waiting group, 2011 My Sentimental Archives  ©Nicolas Dhervillers

di Alessandro Pagni

Time is never time at all
you can never ever leave without leaving a piece of youth
and our lives are forever changed
we will never be the same (The Smashing Pumpkins)

La vita d’un tratto finisce.
Succede in un giorno qualunque, senza clamori, per motivi a volte ridicoli, altre volte tragici.
Tutto quell’enorme peso delle cose, i giorni a venire, progetti, orari e programmi, debiti e paure, diventano niente, un niente senza rimedio o risposta.
Cosa resta alla fine di una vita? Pochi oggetti, troppi rimpianti e qualche fotografia.

Red Home, 2011 série My Sentimental Archives, Photographie, 115x160 cm ©Nicolas Dhervillers

Red Home, 2011 My Sentimental Archives ©Nicolas Dhervillers

Avevamo già parlato della cruciale questione del tempo su queste pagine virtuali, dell’altalena di presenza e assenza in un cortocircuito dove “furono” e “siamo”, convivono sulla stessa superficie bidimensionale. Quando abbiamo raccontato The Others di Francesca Donatelli e Gian Carlo Mazzetti, ci siamo soffermati su quella zona liminare, dove il passato torna a parlare.
Anche nel lavoro di Nicolas Dhervillers, mediante scelte stilistiche e un linguaggio differente, si percorre strade che portano nella stessa direzione. My Sentimental Archives, mette in scena l’impossibile, sfruttando la tecnica del fotomontaggio, come fosse una macchina del tempo:  una cittadina di oggi, ai piedi di una montagna, in una notte che sembra infinita, rischiarata dalla luce artificiale; e in questi giardini, nella cava, lungo il pendio scosceso della montagna, al crocevia di una strada, si manifestano come presenze ectoplasmatiche, personaggi del XIX secolo, ritagliati da fotografie d’archivio, incollati e colorati per amalgamarli a un paesaggio che non riconoscono.

Widows, 2011 My sentimental Archives Photographie 130x205 cm ©Nicolas Dhervillers

Widows, 2011 My Sentimental Archives ©Nicolas Dhervillers

C’è un giorno che ci siamo perduti, come smarrire un anello in un prato e c’era tutto un programma futuro che non abbiamo avverato, diceva Fossati in una canzone che il più delle volte fa venire voglia di piangere.
Sembrano smarriti i personaggi indifesi di Dhervillers, sembrano lì senza conoscerne il motivo, come evocati da qualcuno, per ritrovarsi in punti arbitrari in cui proviamo a immaginare che il loro naturale scorrere si sia interrotto, ma è impossibile ricominciare, riprendere il filo del discorso, tutto si è trasformato e sebbene sentano un legame, una naturale appartenenza a quella terra, in realtà non possono che percepirla come straniera.
L’operazione di questo fotografo è estremamente interessante, per il suo indagare dichiaratamente il tema dell’archivio, tanto caro alla fotografia concettuale, ma allo stesso tempo mettendone in discussione uno dei principi fondamentali: la linearità del tempo, che rende possibile un riordino dei documenti e dei ricordi. Al contrario l’autore di My Sentimental Archives, mette in scena una forma raffinata di disturbo mnemonico, dando una nuova chiave di lettura alla Verifica di Ugo Mulas, realtiva alla questione del “tempo fotografico”, che vorrei prelevare come ha fatto Dhervillers con le immagini d’archivio, e resuscitare, caricandola di nuovi significati, quasi fosse stata scritta proprio per questo progetto (tenendo comunque conto che l’esperimento di Mulas per questa verifica, era nettamente differente e di ben altra portata): «il tempo, cioè, acquista una dimensione astratta, nella fotografia non scorre naturalmente, come accade nel cinema o nella letteratura: sullo stesso foglio, nello stesso istante coesistono tempi diversi, al di fuori di ogni constatazione reale». Nel nostro caso il tempo scivola in una dimensione simbolica, dove la luce artificiale con cui viene sottolineata la presenza straniante di questi individui, li rende evocativi come ricordi e fragili come statuine di uno strano presepe, segnato dai cavi della luce e da piccoli ecomostri residenziali.

Children, 2011 My sentimental Archives Photographie 115x160 cm ©Nicolas Dhervillers

Children, 2011 My Sentimental Archives ©Nicolas Dhervillers

Questa serie ha il sapore di uno scrapbook esteso a un’intera comunità che, in modo corale, racconta il fascino malinconico di un luogo, una sorta di Sleeping Beauty nell’epoca del digitale, decisamente meno macabro, dove ogni prelievo d’archivio, nel suo riappropriarsi di spazi percorsi anticamente, si scopre visceralmente solo e senza scopo.
Queste immagini, mi rimandano istintivamente a un’antologia di esistenze romantica ma allo stesso tempo crudele: Murder Ballads di Nick Cave & The Bad Seeds. L’avvicendarsi delle storie di sangue narrate, trovano una conclusione apparentemente rinfrancante, nella canzone che chiude il lavoro, Death is not the end (scritta da Bob Dylan). Se penso alla stessa conclusione, per gli ex abitanti della cittadina registrata dalla macchina fotografica Nicolas Dhervillers, il mantra «ricordati solo che la morte non è la fine», suona come una maledizione, la condanna ad essere una traccia così marcata nell’anima di un luogo, da diventare indelebile, ma ormai inutile.

Red Home, 2011 série My Sentimental Archives, Photographie, 115x160 cm ©Nicolas Dhervillers

Red Home, 2011 My Sentimental Archives ©Nicolas Dhervillers

When you’re standing on the crossroads
That you cannot comprehend
Just remember that death is not the end
And all your dreams have vanished
And you don’t know what’s up the bend
Just remember that death is not the end

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Questa voce è stata scritta da AlessandroPagni e pubblicata il dicembre 6, 2012 su 2:05 pm. È archiviata in Fakers con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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