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Quel bisogno di sentirsi compresi: Tim Flach, gli animali e la nostra cattiva coscienza

©Tim Flach dalla serie More Than Human

©Tim Flach dalla serie More Than Human

di Alessandro Pagni

In cosa inciampa e cade Tim Flach?
Nella banale e ancestrale bugia, a cui nessuno può resistere: umanizzare il mondo animale.
Immagino che sia un problema insito nell’uomo da sempre e sia specchio della sua fragile natura, della sua solitudine, il bisogno di sentirsi compreso, di sapere che può misurare e addomesticare il mondo (e dal mondo essere misurato) con gli strumenti di cui dispone per sua natura, come se ne fosse il cuore o il nocciolo. Si aggiunga poi l’arroganza biblica che ha portato il parassita uomo a considerare il globo terrestre come una gigantesca dispensa o fonte di intrattenimento e supporto, rassicurato dal passo della Genesi («facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra»), che ha permesso (e permette ancora oggi) di giustificare qualsiasi comportamento.

La serie More Than Human (2012), è visivamente splendida, tecnicamente impeccabile e abbastanza ruffiana da risultare un capolavoro, ma è l’ennesimo gioco ipocrita che serve a farci sentire parte di qualcosa, di cui in realtà sembriamo il morbo.
Il leone non sta riflettendo, con gli occhi bagnati di ricordi; lo scimpanzé che stringe il suo piccolo mentre questo guarda curioso quello che succede, non rappresenta l’amore materno da un lato e il senso di fiducia sconfinata dall’altro; il simpatico elefante che gioca a spruzzare acqua sui presenti non è un birbone e soprattutto, la razza non sta sorridendo.

©Tim Flach dalla serie More Than Human

©Tim Flach dalla serie More Than Human

©Tim Flach dalla serie More Than Human

©Tim Flach dalla serie More Than Human

©Tim Flach dalla serie More Than Human

©Tim Flach dalla serie More Than Human

O meglio, non è propriamente questo quello che stiamo guardando, non abbiamo parole per dirlo e pensieri per comprenderlo e ci rifugiamo in una visione “umano-centrica”, che influenza non solo le nostre idee ma anche i nostri comportamenti verso il mondo animale.
Anche gli altri lavori di Flach seguono questa direzione, spettacolarizzando il mondo animale e privandolo della sua componente primigenia di “alterità” selvaggia: in Dogs Gods, l’universo canino sembra preso come pretesto per marcare tipologie caratteriali e sociali; mentre in Equus, troviamo cavalli erranti in terre selvagge e impervie come eroi di favole senza tempo, vicini a noi e incapaci di offendere, come le bestiali personificazioni tanto care alla Disney.

I fotografi non hanno mai disdegnato messe in scena più o meno innocenti che vedevano gli animali come protagonisti o bersaglio, sia materialmente, sia “antropologicamente”, visto il continuo accostamento di questi alle abitudini umane. Rovistando negli archivi digitali che mette a disposizione la rete, sono davvero numerosi, fin dagli albori del processo fotografico,  gli esempi anonimi, di questo demone dell’umanizzazione animale: abbiamo trovato scatti, forse più innocenti della presunta verità raccontata da Flach, del 1870, del 1900 o del 1905,  dove cani inermi vengono abbigliati come uomini adulti, alcuni con cappello e occhiali, altri di tutto punto, con uniformi e abiti completi, comprensivi di pipa; e gattini impacciati sfoggiano improbabili pigiami a cavallo di puledri giocattolo. Per non parlare di Mr. and Mrs. Frank Kern and trained dog Bobbie, dalla collezione della Library of Congress, dove i due coniugi vengono ritratti insieme al loro fidato Bobbie, apparentemente fiero mentre sfoggia un elegante cilindro; o dalla stessa fonte una donna ammalata, sdraiata su un divano e vegliata assiduamente da tre cani.

"Tommy Atkins" from the Library of Congress and State Historical Society of Colorado

“Tommy Atkins” from the Library of Congress and State Historical Society of Colorado

Mr. and Mrs. Frank Kern and trained dog Bobbie from  Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

Mr. and Mrs. Frank Kern and trained dog Bobbie from the Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

From the Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

From the Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

From the Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

From the Library of Congress Prints and Photographs Division Washington

Anche lo sguardo autoriale si è confrontato ben volentieri con queste operazioni, da Doisneau, passando per Erwitt, fino ad arrivare al controverso Garry Winogrand con una delle sue prove meno convincenti, il libro The Animals, reportage all’interno di uno zoo, dove gli umani liberi e gli animali in gabbia, secondo il fotografo, presentavano molte caratteristiche in comune. Lavoro debole e incerto probabilmente per la contraddizione di fondo che si porta dietro e che neppure Szarkowski, grande estimatore di questo autore, è riuscito a difendere (sebbene sostenesse che il suddetto volume fotografico era uno dei suoi più riusciti): «Lo zoo di Winogrand, anche se vero, è una bizzarria. È una Disneyland surreale dove inverosimili esseri umani e animali arrivisti malmessi si squadrano l’un l’altro attraverso le sbarre, mettendo in mostra cattive maniere e una comune incapacità di accettare la propria ridicola condizione…è Winogrand un guastafeste premeditato o pensa davvero che sia divertente ed edificante vedere un elefante adulto umiliarsi per amore di una nocciolina? Il fotografo reclamerebbe che ce la sta semplicemente dicendo com’è».
Ma sappiamo benissimo che scegliere di raccontare qualcosa, in una determinata forma, facendo una determinata selezione, è già di per sé un modo per stare distanti anni luce dall’oggettività.
È così variegata l’interazione fra fotografia e mondo animale, che la George Eastman House di Rochester ha esposto nel 2006-2007, i risultati di una ricerca storica e contemporanea, dal titolo bergeriano Why Look at Animal?, dove viene presentata una vasta selezione di lavori, di nomi fondamentali della storia della fotografia, dal 1870 a oggi, su questa tematica.

Concludendo questa breve carrellata di spunti, sicuramente integrabile ad libitum, vorrei segnalare uno dei casi più emblematici e forse, divertenti: la serie Underdogs del giovane e talentuoso fotografo Sebastian Magnani. Qui, nella forma del ritratto, sfila una sequenza di cani pettinati e abbigliati in un sapiente fotomontaggio, tanto particolareggiato da richiamare alla mente un iperrealismo che rende il tutto paradossalmente credibile: questi animali ci osservano, belli, alla moda, spregiudicati, con la stessa sicurezza con cui noi occupiamo spazi che non ci appartengono.

©Sebastian Magnani dalla serie Underdogs

©Sebastian Magnani dalla serie Underdogs

©Sebastian Magnani dalla serie Underdogs

©Sebastian Magnani dalla serie Underdogs

©Sebastian Magnani dalla serie Underdogs

©Sebastian Magnani dalla serie Underdogs

Ci viene da paragonarli ad altri animali già raccontati su Foto For Fake.
Gli animali di Amy Stain, che abbiamo raccontato sulle pagine di questo blog, ci guardavano è vero e lo facevano carichi di dubbi, perché li abbiamo confinati, imprigionati e poi obbligati a guardarci con occhi che non sono i loro, con i nostri occhi stupidi.

Bibliografia:

–          C. Chiarenza, Restando all’angolo. Riflessioni sullo sguardo fotografico di Winogrand: specchio di sé o del mondo? In Documenti e finzioni. Le mostre americane negli anni Sessanta e Settanta, Istituzioni e curatori protagonisti fra East e West Coast, a cura di M. A. Pelizzari, Torino, Agorà editrice, 2006, p. 168.

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Questa voce è stata scritta da AlessandroPagni e pubblicata il dicembre 3, 2012 su 11:33 am. È archiviata in Fakers con tag , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

3 pensieri su “Quel bisogno di sentirsi compresi: Tim Flach, gli animali e la nostra cattiva coscienza

  1. Marco^ in ha detto:

    Lo chiamiamo granello di sabbia.
    Ma lui non chiama se stesso né granello, né sabbia.
    Fa a meno di nome
    generale, individuale,
    instabile, stabile,
    scorretto o corretto.

    Non gli importa del nostro sguardo, del tocco
    Non si sente guardato e toccato.
    E che sia caduto sul davanzale
    è solo un’avventura nostra, non sua.
    Per lui è come cadere su una cosa qualunque,
    senza la certezza di essere già caduto
    o di cadere ancora.

    Dalla finestra c’è una bella vista sul lago,
    ma quella vista, lei, non si vede.
    Senza colore e senza forma,
    senza voce, senza odore e dolore
    è il suo stare in questo mondo.

    [..]

    L’antropizzazione degli animali e del paesaggio è un mare magnum. La fotografia deve necessariamente coniugare il bello fotografico col tema che indaga. Questi autori di cui posti le foto umanizzano gli animali dichiaratamente, li usano a prescindere da quello che sono, come dire che per l’obiettivo un soggetto è un soggetto. Molti fotografi naturalisti o amatori rincorrono l’animale in “bella posa”, bella per la fotografia, a prescindere da qualsiasi criterio etologico. C’è un uso della fotografia naturalista “scientifico” e c’è un uso “creativo”, perchè non ci può essere un solo uso. Quello che mi sta un po’ meno bene è chi fotografa il cigno bianco nel laghetto perchè è tanto bello, tenero o qualsiasi altro aggettivo si possa trovare.

    Bell’articolo!

  2. Sono decisamente d’accordo con te Marco, specie sulla questone cigno. Se ti vengono in mente altri progetti come quelli che ho descritto, segnalali che sono curioso di scoprirne nuovi.

  3. Marco^ in ha detto:

    Purtroppo non ho molte fonti. Capita di tanto in tanto di vederne di queste cose, ma non sono uno memorizza lavori divergenti dalle mie passioni. invece mi sa che sarò io a riferirmi ad alcuni di questi autori poichè tra un mesetto partiranno dei seminari che organizzo e ci sono ben 3 serate dedicate a questo genere di problematiche tra fotografia e natura. Mi aiuterà anche un naturalista. Speriamo che me la cavo!

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