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Le cose che una volta possedevi

©Kate Fichard

di Alessandro Pagni

C. Palahniuk, Fight Club, Milano, A. Mondadori, 2004, p. 42-43: «Compri mobili. Dici a te stesso, questo è il divano della mia vita. Compri il divano, poi per un paio d’anni sei soddisfatto al pensiero che, dovesse andare tutto storto, almeno hai risolto il problema divano. Poi il giusto servizio di piatti. Poi il letto perfetto. Le tende. Il tappeto. Poi sei intrappolato nel tuo bel nido e le cose che una volta possedevi, ora possiedono te».

Non saprei dirlo meglio di così.
Credo che il geniale, politicamente scorretto, bastardo della letteratura di Portland, abbia utilizzato parole perfette, per descrivere il rapporto di dipendenza che ci lega agli oggetti che affollano le nostre vite.
Se è vero che le cose che un volta possedevi ora ti posseggono, è anche vero che quelle stesse cose ti definiscono, connotano il ritratto di quello che sei agli occhi degli altri.
Raccontano di te, diventano segni distintivi e peculiari.
Ballano intorno a questa idea probabilmente, i lavori di Kate Fichard, giovanissima fotografa francese di origini britanniche, premiata e in mostra per la sezione SFR Jeunes Talents 2012 a Paris Photo da poco concluso e vincitrice del Festival Planche(s) Contact Deauville 2011/2012.
Non certo nel senso alienante e intimo inteso da Palahniuk, ma rivisti in un’ottica “outdoor”, in cui gli oggetti assegnati ad ogni personaggio, raccontano a loro modo, la realtà più ampia della location che li ospita. Con il titolo Totem de vie (2012), la Fichard, ha messo insieme una collezione di personaggi, passioni o mestieri, rappresentativi della città che andava raccontando, senza mostrarne il volto, ma universalizzandoli in tipologie: i ritratti totemici di questo lavoro, utilizzano l’essere umano come semplice supporto, per lasciare spazio al racconto degli oggetti (specifici o simbolici), indossati dai modelli come abiti, o ancora più come maschere tribali.
Se in questo progetto non troviamo indicazioni geografiche precise, solo muri o frammenti di strade e recinti anonimi, davanti a cui si stagliano accumuli semiotici, tangibili e abbastanza immediati, di singole esistenze; nella serie prodotta specificatamente per il Festival Planche(s) Contact di Deauville, utilizzando la stessa costruzione di simboli, la fotografa racconta i principali svaghi della cittadina normanna, ideando nuovi totem su misura e posizionandoli all’interno di specifiche cornici architettoniche: come il Capitaine des plages, che fa pensare a un minaccioso e bizzarro Polifemo vestito di ciambelle, mentre fa roteare vanitoso la sua sottana di ombrelloni, o il Jockey con un cappello di briglie, sella e altri pesanti orpelli del mestiere. Il tutto questa volta, ambientato nei luoghi deputati agli intrattenimenti che presenta: il lungomare, le stalle, il casino, le boutiques.

©Kate Fichard

Un mondo abbastanza superficiale, non c’è dubbio, ma accattivante nelle scelte formali con cui Kate Fichard lo racconta: un video che mostra il suo approccio e il lavoro in sinergia con la sua équipe, per la realizzazione degli abiti, la scelta della posa e delle locations, in perfetto stile staged, che vi invitiamo a visionare.
Ma il suo rapporto con le “cose”, di tutti i giorni, non si esaurisce qui.
Andando indietro, a rovistare negli album fotografici precedenti, ci imbattiamo in una meditazione continua, per certi versi anche più intima e profonda, sul tema dell’interazione e del rapporto con le cose, rispetto alla facile formula applicata ai Totem.

©Kate Fichard

Nella serie Iris (2011) c’è un ostinato nascondersi, da parte della protagonista, con una tenacia tale che sembra risucchiarla all’interno dei muri, dentro al caldo buio di una poltrona, dietro tendaggi di lusso, dove l’ambiente non è ambiente, ma un compagno di ballo, con cui giostrarsi la scena, e negarsi con gli occhi allo spettatore, per sottolineare un mistero di difficile soluzione.
Un mistero che sembra in parte svelato, forse inconsciamente, in un altro dei suoi portfolio: gli oggetti, le suppellettili, le cose, diventano il teatro di esperimenti da adolescenti, misurazioni istintive del mondo circostante e giochi fragili, un po’ gioiosi, un po’ velati da un’inspiegabile malinconia, nelle stanze bianco latte di Apesanteur (2011), dove tutto pare disgregarsi con la luce, la materia diventa impalpabile e le regole della gravità (centro di quelle proiezioni) si sovvertono, in modo che tutto spinga verso il cielo invece che verso il pavimento.

©Kate Fichard

Dunque, un anno prima della consacrazione della Fichard nell’olimpo di Paris Photo, dove ha raccontato il peso delle cose come fossero un marchio di qualità e di vita, sembrava che una risposta convincente, fosse già a portata di mano: «sei intrappolato nel tuo bel nido e le cose che una volta possedevi, ora possiedono te», ma con la luce e la leggerezza riuscivi un tempo a liberartene.
Adesso invece le celebri come vestigia.

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Questa voce è stata scritta da costanzamaremmi e pubblicata il novembre 27, 2012 su 7:52 pm. È archiviata in Fakers con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

6 pensieri su “Le cose che una volta possedevi

  1. Marco^ in ha detto:

    Questo senso di alienazione dell’umano è un tema perennemente sviscerato nella storia della pittura. Ci sono infiniti esempi. A mio modesto giudizio questo tipo di rappresentazione (staged) offre sicuramente degli spunti interessanti, ma va detto che è profondamento influenzato dalla moda, dal fashon, e da un taglio editorialistico da magazine.
    La domanda che mi sto facendo da un paio di giorni, da quando ho letto l’articolo, è volta a capire cosa cambia per me lettore non avere il volto dei soggetti protagonisti. Certo sono ancor più de-personalizzati, inghiottiti dai loro oggetti che li possiedono, ma credo ci sia anche un effetto collaterale. L’alienazione (mi viene questo termine qui anche se forse non è esatto) era dipinta splendidamente anche negli esempi in cui i soggetti mostrano la loro identità di persona, anzi funionava ancora meglio proprio per via del fatto che l’identità della persona era esplicita e quindi la storia era più specifica, più “vera”. Così senza volti, con quelle posse illogiche, viene quasi da pensare che anche il punto di arrivo del progetto fotografico diventi “staged”, sia qualcosa di astratto, progettato a tavolino. Un’alienazione-fiction di cui, per definizione, dovremmo gustare come si gusta una focaccia per dirla come Kandinsky

  2. Ottima osservazione Marco, grazie del tuo contributo.
    La staged photography ha la qualità di essere un genere (dire un genere, probabilmente è riduttivo per le infinite possibilità che presenta) particolarmente versatile e variegato, sebbene, come giustamente osservi tu, strettamente legato da sempre al mondo della moda, del glamour, della pubblicità. Molti importantissimi esempi di questa costruzione di immagini, vanno però in direzione esattamente contraria e tentano di indagare disagi interiori e concetti astratti (prendi le sequenze di Duane Michals), pur mantenendo quella forte sensazione di artifico e “costruzione a tavolino” (peculiarità che Foto For Fake vorrebbe indagare in tutte le sue sfaccettature e casistiche): interessante lo spunto di Smargiassi (http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/) che, nel suo “Un’autentica bugia”, parlando della fotografia di Daguerre del Boulevard du Temple (una delle prime fotografie della storia del medium), si interroga se gli unici due personaggi rappresentati, forssero o meno messi lì di proposito e in quel caso, nota giustamente che ci troveremmo davanti alla prima fotografia staged della storia.
    Tornando ai totem della Fichard, il suo negare il volto dei personaggi, ha la funzionalità, a parere mio non tanto di esprimere il concetto di alienazione, ma di creare archetipi, nel suo caso, prima di mestieri o professionalità (o “passionalità” nel caso del pittore e del musicista) e dopo degli svaghi principali della cittadina di Deauville, usando una formula decisamente facile, sebbene accattivante. La cosa che mi ha interessato di questa giovane fotografa è leggere i suoi lavori, giocando con l’inversione proporzionale dei pesi: un tema leggero (se vuoi superficiale), quello dei totem, affontato mediante il peso delle cose materiali contro una riflessione più profonda e intrigante, come “Apesanteur”, incentrata sul concetto di gravità interpretata come leggerezza.

  3. Marco^ in ha detto:

    Ciao Alessandro,
    A scanso di ogni equivoco preciso che il mio commento non intendeva essere bacchettone, perciò nè a favore nè contro il lavoro o l’articolo. La storia dei volti era piuttosto una domanda aperta che ancora mi sto facendo. Alle volte è più importante la domanda che la risposta. Poi entrambi sappiamo che l’interpretazione ermeneutica di un’opera non può essere univoca perchè il lettore non coincide mai con la testa di un altro.
    Io apprezzo questi thread sulla stage photography perchè mi fanno riflettere per differenza su ciò che a me è caro della fotografia. Con ciò non escludo che altri atteggiamenti siano validi per altre persone. Però ognuno ha le convinzioni che ha, e io uso anche questi articoli per irrobustire o confutare le mie.

    Il punto che trovo interessante in merito ai volti coperti è che la fotografia è l’unica arte che genera l’opera a partire da un meccanismo di acquisizione ottica (in questo senso il cinema è solo un’estensione concettuale dell’obiettivo fotografico…certo con differenze). Da questo presupposto noi di solito presupponiamo che l’immagine sia reale, ovvero non inventata ma trovata nel mondo. Quando tutto è costruito, staged, l’unica cosa che può fare la differenza tra un’immagine acquisita e una inventata è il volto, che identifica ineluttabilmente una e una sola persona. Qui il volto manca e paradossalmente questa è una foto senza riportare formalmente più nulla di acquisitivo. Potrebbe essere disegnata, dipinta, incisa e non ci sarebbe molta differenza…E molte suggestioni le gioca anche su questo aspetto e concordo con le tue osservazioni.

    La mia attitudine personale vorrebbe invece usare proprio la specificità della fotografia non per arrivare ad un misero e illogico realismo, ma proprio per arrivare ad “altro”, cioè lo stesso punto d’approdo della staged photography per una via diversa. Non sono sicuro di riuscire a spiegarmi compiutamente…

    PS: un altro interessante esempio di fakeness a mio avviso è il calendario pirelli di questi giorni forse un articoletto ci starebbe bene:)

  4. Marco, non avevo assolutamente preso il tuo commento come bacchettone, anzi l’ho usato come spunto di riflessione per verificare in primis le mie convinzioni, sempre e volentieri riscrivibili. La questione che poni sulla presenza o assenza di volti è interessante e mi richiama alla mente altri lavori fotografici con, come dici tu, “più nulla di acquisitivo”, per la mancanza di conntati umani riscontrabili nel mondo del reale: prendi i lavori di Tom Drahos o Devid Levinthal, minuscoli teatri estremamente evocativi, dove la presenza umana è totalmente assente ma eichiamata alla mente da oggetti di vario genere, antropomorfi. Penso che la tua attitudine sia sulla strada giusta per toccare quella dimensione “altra” di cui parli, sai quanto io apprezzi i tuoi lavori e ti sei spiegato perfettamente. Ti ringrazio ancora per i tuoi contributi.

  5. Sempre interessanti i lavori discussi quì da voi. Per associazione di idee mi è tornato in mente questo http://www.nicolashenry.com/indexEn.php Anche quì mi pare non si tratti di assecondare la realtà, quanto piuttosto la finzione ci viene in aiuto a rendere credibili queste casette per i giochi dei nostri vecchi.

    • Grazie dei complimenti Mariangela e ottimo spunto il tuo, me lo sto gustando. Pieno di simbologie e implicazioni, ben accostabili ad alcune domande che mi sono posto sul lavoro della Fichard, meriterebbe un maggior approfondimento. Non escludo che possa scapparci un post.

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