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Gotico familiare: dietro le maschere di Ralph Eugene Meatyard

di Alessandro Pagni

Copertina del libro The Family Album of Lucybelle Crater

Un giorno, un uomo di nome Ralph, ottico di professione, si mise per curiosità o per noia, a lavorare su un paio di lenti nuove. Combinò insieme al comune ossido di silicio, alcun cristalli mai catalogati, che aveva trovato in una grotta, nascosta dai cespugli, non lontano dalla sua abitazione.
Il risultato, a una prima analisi superficiale, fu deludente: le lenti erano difettose, non mostravano il vero, il reale, ma una distorsione di esso. Mentre Ralph utilizzava quelle lenti, il mondo intorno lentamente si contorceva, come in uno spasmo e quello che da principio parve un semplice difetto di lavorazione, un’illusione ottica, assunse i tratti di qualcosa di ben più inquietante. Intorno a sé Ralph non riconosceva più parenti e amici, qualcosa era profondamente cambiato.

Potrebbe essere questo l’incipit per le vicende che hanno portato Ralph Eugene Meatyard (1925-1972) a mettere insieme un corpus fotografico tra i più oscuri della storia del medium, The Family Album of Lucybelle Crater (pubblicato postumo nel 1974).
Potrebbe esserlo se fosse un racconto surreale o allegorico, se si sapesse qualcosa di più preciso riguardo alle aspirazioni di Meatyard. Ci sono solo due cose vere in questo mio breve divertissement, una trascurabile e una molto importante: Ralph era veramente un ottico ed è, effettivamente, riuscito a vedere quella porzione di mondo che lo circondava, come fosse altro.
Del resto della sua vita so poco: si è formato a livello fotografico con le lezione di alcuni personaggi di grande rilievo, come Minor White, ma ha sempre vissuto questa passione, sostanzialmente da amatore e dilettante; ad un certo punto della sua vicenda personale ha sentito l’esigenza di concentrarsi, quasi esclusivamente, sui ritratti delle persone che aveva più vicine, familiari e parenti, fino a quando nel 1972, una malattia lo ha divorato.
E oggi restano solo quei ritratti a parlare la sua lingua, un idioma oscuro, mai codificato completamente.
La cosa che destabilizza in tutte quelle pose convenzionali, da archivio privato di ricordi, sono le distorsioni dei visi, date dall’effetto mosso dei tempi lunghi dell’otturatore e le maschere grottesche, che quasi tutti gli individui da lui rappresentati, indossano.

Here in after, here in before, 1963 – Ralph Eugene Meatyard

È facile richiamare alla mente un altro uomo che faceva l’ottico di professione, ma arrotondava il suo salario spacciando sostanze che metaforicamente erano come lenti speciali, per guardare fuori in modo diverso. Quella che De André racconta, nella trasposizione musicale dell’Antologia di Spoon River (di Edgar Lee Masters) è una distorsione differente della percezione, qualcosa più vicino agli abusi e alle insoddisfazioni dell’epoca moderna.
Lo sguardo di Meatyard, con le sue declinazioni stranianti, sembra pescare nell’inconscio freudiano e nelle maschere teatrali che Pirandello attribuiva ad ogni individuo, come un accessorio in dotazione dalla nascita, per sopravvivere alle contraddizioni insite nell’essere un uomo civilizzato.
Risale al 1955 l’esposizione col maggior consenso della storia della fotografia, The Family of Man: la mostra ha viaggiato in ogni dove e, in forme sempre nuove, viene veicolata ancora oggi; concepita dal grande Edward Steichen, con un titolo epico, la kermesse raccoglieva in un immenso calderone, diviso per sezioni, il contributo di fotografi diversi, al racconto corale, a tratti eccessivamente buonista, di un’umanità fiera e mai doma, tesa a superare le difficoltà con la fiducia e la cooperazione.
Voglio pensare che Meatyard abbia visto questa mostra, ne abbia sentito parlare o, in ogni caso, si sia confrontato con essa e ne abbia tratto un suo personale insegnamento.
E mosso da quello stimolo, abbia rifiutato una visione affettata e rassicurante (quella che viene chiamata “fotografia umanista”) per qualcosa di differente che, nella menzogna dei mezzi utilizzati e nella sua teatralità (le maschere come un simbolo che cela, ma allo stesso tempo afferma), racconti la sua intima verità.
Dove Steichen tranquillizza lo spettatore come a dire: «Non preoccuparti, guarda bene, non sei solo nel mondo», Meatyard sembra contestare «Si, guarda bene, non te ne rendi conto? Sei solo nel mondo, ciascuno è solo. Quelli che ti circondano, in realtà sono esseri che ti illudevi di conoscere, smarriti anche loro, nella triste condizione di orchi, mostri bambini, ombre capaci solamente di gesti piccoli e affilati come coltelli».

Ralph Eugene Meatyard

Quell’abisso di non-comprensione che gli animali raccontati da Berger, riservavano all’essere umano, qui giunge allo step successivo: è l’uomo stesso che, guardando gli altri essere umani, si sente smarrito e alieno, come nei quadri di James Ensor, dove non c’è mai pace e nessuno è fisicamente solo, ma intorno a sé la reale solitudine si traduce nel riso, stridulo e ingombrante, di orde isteriche di teschi e maschere senza nome.
Le lenti speciali di Meatyard, raccontano di un mondo puerile, egoista e miseramente crudele, quanto certe frasi fatte ai funerali o certi pranzi di Natale.

Ralph Eugene Meatyard

Uomini cui pietà non convien sempre
male accettando il destino comune,
andate, nelle sere di novembre,
a spiar delle stelle al fioco lume,
la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,
muover le tombe e metterle vicine
come fossero tessere giganti
di un domino che non avrà mai fine.

(Fabrizio De André, Recitativo in Tutti morimmo a stento)

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Questa voce è stata scritta da costanzamaremmi e pubblicata il novembre 23, 2012 su 5:03 pm. È archiviata in Fakers con tag , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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