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Between humans and animals: addomesticare Amy Stein allo sguardo di Berger

©Amy Stein dalla serie “Domesticated”

di Alessandro Pagni

Perché Foto For Fake apprezza il lavoro di Amy Stein?
Le ragioni sono molteplici.
Prima di tutto perché analizza, mediante la messa in scena (cifra stilistica di molti autori segnalati su questo blog) di storie trovate sui giornali locali, il rapporto, in radicale cambiamento ai giorni nostri, fra l’uomo e il mondo degli animali “non addomesticati”, il mondo del selvatico.
In secondo luogo, sicuramente perché una delle fotografia più interessanti di Domesticated (la serie fotografica in questione), mostra un bellissimo cervo, animale totemico (e logo) del nostro progetto, che si aggira furtivo intorno a un’abitazione, sotto lo sguardo vigile di una bambina curiosa.
Ma c’è una terzo motivo, che mi porta a scavare nelle ragioni di questa serie fotografica, al di là della premessa dell’autrice: la suggestione di accostare questo lavoro a una lettura estremamente interessante e generosa di spunti in materia di sguardo, osservazione e linguaggi visivi, come il saggio Sul guardare del critico d’arte John Berger. In particolare, il primo capitolo di questo testo, fondamentale per chi si occupa di “immagini”, mette sul piatto un quesito che lascia in un primo momento perplessi, rispetto a quello che ci si aspetterebbe da un testo di questo genere: perché guardare gli animali?
Sembra che la serie della fotografa americana sciolga questo dubbio in una risposta abbastanza inquietante per la nostra specie. Paradossalmente, la cosa che più salta all’occhio in queste fotografie, quella che veramente dona la chiave di lettura dei suoi significati più profondi, non è la presenza di animali selvatici e selvaggi all’interno di habitat umani, ma il florilegio di contenitori, gabbie, confini, recinti e delimitazioni, imposti dall’uomo e onnipresenti in queste rappresentazioni.
«Perché guardare gli animali?» Si domanda Berger. Perché anche loro ci guardano e con stupore, aggiungerei io. Lo stupore per questo continuo eccesso di gabbie, barriere e prigioni, per loro e per noi, che sembrano voler dare invano un ordine al caos meraviglioso della natura nel suo stato vivo e pulsante. Sembriamo voler imbrigliare tutto, tracciare dei limiti, dei confini fisici per poter contenere ogni genere di eccesso, ogni cosa potenzialmente fuori dal controllo o mal compresa, per paura di esserne sopraffatti. Amy Stein, nel mostrarci il disorientamento di questi animali, mette sul piatto le nostre paure di umani tristi, affaccendati in continui tentativi di privarci della libertà e privarne tutti gli esseri viventi che entrano in contatto con noi.
Non sbaglia quindi il critico d’arte e saggista, a studiare attentamente lo sguardo obliquo di questi coinquilini del pianeta, così carico di inquietudine:
«Quando sono intenti a esaminare un uomo, gli occhi di un animale sono vigili e diffidenti. Quel medesimo animale può benissimo guardare nello stesso modo un’altra specie. Non riserva uno sguardo speciale all’uomo. Ma nessun’altra specie, a eccezione dell’uomo, riconoscerà come familiare lo sguardo dell’animale. Gli altri animali vengono tenuti a distanza da quello sguardo. L’uomo diventa consapevole di se stesso nel ricambiarlo. L’animale lo scruta attraverso uno stretto abisso di non-comprensione.»
L’abisso di due forme di vita che sono partite dagli stessi albori, per poi divergere radicalmente e ritrovarsi a fare i conti, infine, con la reciproca dipendenza e coesistenza, in un modo ormai stravolto dove la fatica di riconoscersi porta spesso a un ribaltamento quasi totale delle condizioni (come mostra lo scatto col bambino seduto fra gli alberi di un bosco, mentre minaccioso brandisce un bastone per far allontanare il cerbiatto dal suo ambiente naturale, già profanato dal prefabbricato che spicca bianco e regolare, in secondo piano). L’uomo invade la natura, la trasforma, la circoscrive e nel farlo diventa un predatore stupido e goffo, come l’individuo che dentro a una recinzione punta il suo fucile contro il tacchino che scorrazza libero nella neve, fuori da costrizioni.

©Amy Stein dalla serie “Domesticated”

Sembra che siano gli animali adesso a tentare, deboli e smarriti, di trovare un qualche accesso per penetrare nel mondo blindato e rovesciato dell’uomo, dove anche le parole di un lucido e disilluso Berger vanno lette al contrario: «gli animali sono l’oggetto del nostro sapere in costante ampliamento Ciò che scopriamo di loro è un indice del nostro potere, e dunque un indice di ciò che ci separa da loro. Più li conosciamo, più sono distanti».
Abbiamo talmente sovvertito le regole della natura che il nostro potere si è ridotto a una prigionia consapevole e acquiescente, dove sono gli animali a trovarsi nella tragica condizione, loro malgrado, di assomigliarci e sentire la necessità di avvicinarsi alle nostre case, all’asfalto sporco di benzina e ai bidoni di immondizia.
«Quali erano i segreti della somiglianza e della diversità fra l’animale e l’uomo? I segreti di cui l’uomo riconosceva l’esistenza non appena intercettava lo sguardo di un animale? In un certo senso l’antropologia, occupandosi del paesaggio da natura a cultura, è una risposta a questa domanda. Ma esiste anche una risposta generale. Tutti i segreti ponevano gli animali come intermediari tra l’uomo e le sue origini».
E oggi l’uomo, si pone con arrogante prepotenza come intermediario tra l’animale e il suo futuro, ma non è un processo spontaneo che scivola liquido come un qualsiasi affluente dell’evoluzione naturale, è un’anomalia, come un lupo che ulula alla luce artificiale di un lampione.

©Amy Stein dalla serie “Domesticated”

Bibliografia
– J. Berger, Perché guardare gli animali? in Sul guardare, Milano, Mondadori, 2003, pp 1-30.

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Questa voce è stata scritta da AlessandroPagni e pubblicata il ottobre 29, 2012 su 4:36 pm. È archiviata in Fakers con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

2 pensieri su “Between humans and animals: addomesticare Amy Stein allo sguardo di Berger

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