@fotoforfake

Plausibili norme per un baro

Jacques-Henri Lartigue “My hydroglider propeller”, 1904

di Alessandro Pagni

Uno scrittore e saggista della metà del Settecento, credo Francesco Algarotti, ma non ne sono sicuro, scrisse un piccolo compendio dal titolo inequivocabile, L’arte spiegata alle signore (potrei sbagliarmi anche sul titolo, ma non sul concetto espresso), col chiaro intento di sottolineare la necessità di una semplificazione delle tematiche che allora interessavano il mondo dell’arte, per facilitare una categoria considerata in difetto di materia grigia. 

Al di là della ridicola discriminazione sessuale, uno dei mali che si è divorato intere civiltà è stato proprio il demone della semplificazione. La fotografia oggi, nell’epoca dei blog, di facebook, di twitter (strumenti da cui, ormai, non si può prescindere, non lo nego) e dei “…for dummies”, sembra non essersi risparmiata questa piaga letale: non lo dico da integralista della fotografia, tutt’altro, penso, come ho già scritto nel primo post su Fontcuberta, che si debba giocare con questa forma di espressione e non prendersi troppo sul serio, ma come ogni gioco, se non è predisposto in modo accurato e non se ne conoscono le regole (anche per barare occorre conoscerle), non potrà mai divertire e, di conseguenza, andrà in breve tempo a prendere un posto nella discarica delle inutilità quotidiane.

Sempre più spesso troviamo blog interamente basati su continue slide di immagini senza alcun riferimento autoriale, senza alcuna parole ad introdurle, semplicemente un flusso ininterrotto e istintivo di immissioni di immagini e di conseguenti smistamenti su altri siti web, perdendo completamente il senso di un lavoro, il contesto, la possibilità di una qualche lettura o approfondimento.

Sempre più spesso confondiamo la verginità di uno sguardo, come poteva essere quello di un Lartigue bambino alle prese con il suo giocattolo preferito, con l’ignoranza di chi si approccia alla costruzione o cattura di immagini, con la convinzione che la tecnologia abbia fatto progressi così grandi da garantirgli di essere un fotografo, per la sola caratteristica di essere contemporaneamente dotato di pollici opponibili per reggere un apparecchio fotografico o un cellulare, e della capacità di premere un bottone o l’apposita icona del touch screen.

Sempre più spesso, le inaugurazioni di mostre fotografiche somigliano a contenitori vuoti, luminosi e brillanti, dove bisogna a tutti costi andare, presenziare, esserci, farne parte, per trovarsi poi a non guardare le opere esposte, perdendosi in banalità e chiacchiere, con un bicchiere di prosecco in una mano e l’altra colma di taralli o noccioline.

Sempre più spesso si sentono idiozie, sentenze e convinzioni, nei riguardi del digitale, della facilità di essere “fotografo” grazie alla bontà dei tempi moderni, o ci si riempie la bocca di parole come “trasgressivo” (e la pupée di Hans Bellmer?), “tributo” (e Ugo Mulas con gli artisti americani?), “provocazione” (e i collage antinazisti di John Heartfield?), “perversione” (e i ritratti di Lewis Carrol?) e si promettono imminenti colpi di scena senza conoscere le origini di questo medium, le sue evoluzioni, e quello che è stato già detto al riguardo fino a oggi.

Sempre più spesso si fa fotografia senza saperne assolutamente niente, ma avendo gli occhi affetti da bulimia di immagini e un bisogno implacabile di darsi una definizione, un appellativo.

Sempre più spesso ammazziamo con nonchalance le cose che vale la pena coltivare e conservare, appellandoci al bisogno di mediazione, semplificazione, riduzione, senza capire che non c’è solo un modo di intendere la fotografia, e che essa non contempla una sola verità. Mi piace pensare a lei come fosse un albero: un abete che si nutre attraverso canali diversi, a volte complessi, a volte persino in conflitto fra loro. Semplificarne le dinamiche, ridurla a una stringa di parole concisa per non annoiare, da immettere nel flusso virtuale all’ora giusta, per garantirsi il picco di visibilità, è come ridurla a un albero natalizio di plastica spelacchiato.
Fa tristezza, quanto leggere il bignami di un buon libro.

Annunci
Questa voce è stata scritta da costanzamaremmi e pubblicata il ottobre 8, 2012 su 2:00 pm. È archiviata in Pensieri con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: