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La F di Fontcuberta

Omaggio a Topor, 1970 ©Joan Fontcuberta

di Alessandro Pagni

Pensate alla bava burrosa di una lumaca troppo invadente.
Pensatela lenta, mentre vi avvolge con l’abbraccio di una madre oppressiva e la meticolosa attenzione di un amante devoto. Poi improvvisamente vi destate dal torpore del sonno e la trovate lì, umida e reale, di fronte a voi, a fissarvi con entrambe le antenne.
Non la madre oppressiva, la lumaca: ingombrante come una rivisitazione postmoderna degli incubi di Füssli e pesante quanto una bugia detta male. È li che vive Joan Fontcuberta (1955), su quel filo teso, prossimo allo strappo, a cavallo fra la veglia e il sonno della ragione, in quel limbo malleabile dove le fantasie più irriverenti prendono la forma di bugie volutamente plateali.
Quel sorrisetto sornione da palombaro delle galassie, non cerca di nascondere la sua passione per il gioco, per la menzogna costruita ad arte, per lo sfottò irriverente, verso i puritani dello scatto, i feticisti della testimonianza visiva e tutti quegli accademici della fotografia, che rimpiangeranno sempre di non aver avuto un’accademia. Di non aver avuto una qualche certificazione della qualità del loro “guardare”.
Se ci fosse lui su quei banchi di scuola, li riempirebbe forse di gattini infernali a tre teste e piante officinali per curare la repulsione del “nuovo”: un luogo dove l’autenticità della prova fotografica diventa una barzelletta e i mondi possibili, sono di gran lunga più noiosi e finiti di quelli fabbricabili.

Retrat oficial d’Ivan Istochnikov, 1997 ©Joan Fontcuberta

Difficile non pensare a lui, nel dare il via a un’indagine sul falso e il falsificabile in termini fotografici, sotto piani diversi: filosofico, tecnico, narrativo o appunto documentale.
Fontcuberta è un artista concettuale, che utilizza la fotografia a supporto delle sue riflessioni sulla veridicità dei documenti e sul fenomeno del trasferimento di posteriori manipolazioni e mistificazioni di questi, da un mezzo di comunicazione di massa all’altro.
La sua formazione in ambito giornalistico, presso l’Università Autonoma di Barcellona, ha stimolato queste sue ricerche, portandolo ad intraprendere esperienze variegate, fuori dall’ambito della fotografia tradizionale e a vestire i panni di professore, scrittore, editore e critico, facendo della menzogna il punctum della sua poetica.

Centaurus Neandertalensis, 1987 ©Joan Fontcuberta

Serie come Herbarium, Fauna, Constel-lacions ci inoculano il dubbio di una fiducia mal riposta, nei confronti del “monolitico binomio” fotografia/verità, della fragilità dell’assunto per cui ciò che vediamo, sia necessariamente qualcosa di tangibile, per il solo fatto di riuscire a vederlo.
Ma Fontcuberta non si ferma qui, va oltre, entra nella storia vicina o lontana e la riscrive da protagonista (Sputnik, Deconstruir Ossama), scardinando in modo esilarante la sacralità di immagini ormai sedimentate nel nostro sguardo, tanto da essere percepite come vere e proprie icone. E nel fare questo, inserisce sempre a supporto delle sue mistificazioni, elementi didattici o giornalistici, che fanno somigliare le sue creazioni a tavole ben organizzate dal sapore scientifico o divulgativo, per sottolineare come certi strumenti di comunicazione oggi, siano un’attestazione inconfutabile di verità, al di là del loro contenuto: come accade ad esempio nella ricerca di un’evoluzione “altra” dell’umana specie, mediante la messa in scena di eccezionali e fantomatici ritrovamenti degli scheletri di una stirpe di sirene (Sirenas).
Nella serie Miracles & Co. infine, tocca l’essenza del sacro, annientando in modo beffardo miti, rituali e credenze di differenti dottrine religiose, col piglio divertito di chi minaccia future dissacrazioni, perché non c’è limite alle possibilità di stravolgimento e mistificazione dell’oggetto FOTOGRAFIA.
La genuina onestà di questo personaggio è racchiusa nel suo sorriso, che esibisce senza esitazione ed è un invito a giocare con la fotografia e a distruggerla, se necessario, per riappropriarci di una qualche forza che ormai il mezzo sembra aver perduto, a causa dell’eccesso di zelo, da parte dei seriosi fotografi che popolano circoli e associazioni a tutela della banalità, nel cercare di essere veri, mentendo a sé stessi e invadendo il mondo di cattive imitazioni, di frasi già dette e sensazioni altrui, già raccontate.
E non c’è bugia più volgare di una bugia che non ci appartiene.

Miracle de la feminitat, 2002 ©Joan Fontcuberta

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Questa voce è stata scritta da costanzamaremmi e pubblicata il ottobre 2, 2012 su 2:13 pm. È archiviata in Fakers con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

3 pensieri su “La F di Fontcuberta

  1. Fontcuberta mi ricorda i dadaisti che facevano arte per provocare una rottura delle regole.
    Le sue immagini sono forse meno provocatorie (in fondo oggi è anche più difficile scandalizzare) e hanno un gusto e un’ironia decisamente in linea col nostro tempo. Ma oltre il divertimento che scaturisce dall’iniziale scoperta dell’inganno e oltre la conseguente amarezza per l’illusione perduta, rimane qualche frammento non autoreferenziale?
    La sua è una fotografia con uno scopo, molto ben definito, questo è certo. Dove tutti si compiacciono della finzione realistica e dei giocosi inganni tecnologici, Fontcuberta riflette divertito sulle conseguenze della continua, petulante e ingombrante presa in giro della fotografia contemporanea.

    • alessandropagni in ha detto:

      Mi piace questo tuo paragone con i dadaisti, era un periodo storico diverso e certo il loro mettersi in gioco è stato così radicale da generare una sorta di dottrina del “rifiuto” e della “sovversione”.
      Credo che Fontcuberta, in linea ideologica con quelle riflessioni, sia però figlio di un tempo in cui la sovversione debba passare necessariamente più dalla satira che dallo scandalo dei benpensanti (come hai detto anche tu, oramai è difficile scandalizzare e il più delle volte gratuito), ma nel farlo mette in campo riflessioni profonde sul valore di documento e sulla sua veicolazione, andando ben oltre le burle che ama architettare.
      Quindi non un gioco fine a se stesso, a mio avviso, ma piani di lettura stratificati, da decifrare (uno spunto interessante a riguardo è il testo di Regnani, che abbiamo inserito negli approfondimenti).
      Grazie Sandro per il tuo contributo.

  2. Pingback: Quaderni di fotografia e bugie #2. Una definizione di Italo Zannier | @fotoforfake

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