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Intervista a Francesco Minucci

Bum Bum Story, dalla serie “Play” – 2010 ©Francesco Minucci

di Alessandro Pagni

Innanzitutto perché la fotografia? Perché hai scelto questa forma di espressione creativa piuttosto che altre?

Il mio approccio alla fotografia è stato decisamente casuale: appena uscito dagli studi di ragioneria, sentivo il bisogno di esprimermi in qualche modo, ma non sapevo come. Pensavo di fare studi legati all’architettura di interni o all’architettura del paesaggio ma il caso ha voluto, essendo io un amante del biliardo, che una sera, durante una partita, abbia conosciuto un ragazzo che faceva il fotografo. È nata un’amicizia, sono andato a trovarlo nel suo studio e sono rimasto folgorato: mi sono trovato in mezzo a pellicole, un banco ottico, luci ed un’atmosfera romantica con profumi e sapori così diversi, rispetto ad oggi. È stato un vero colpo di fulmine e ho deciso di intraprendere questo cammino anche con l’aiuto di questo amico fotografo; ho iniziato ad informarmi, ho comprato libri ed ho frequentato a Firenze due scuole: la Fondazione Studio Marangoni ed il Centro di Formazione Professionale per la Fotografia. Questo è stato il primo approccio. Morale della favola: sono diventato fotografo sicuramente per impatto folgorante, ma se quel giorno alla sala da biliardo avessi incontrato un pittore, un restauratore o un attore di teatro, molto probabilmente, se fosse nato lo stesso amore, sarei diventato qualcosa di diverso. Oggi faccio il fotografo a trecentosessanta gradi: mi sono diplomato in fotografia pubblicitaria e vivo questa forma espressiva in tutti i settori, ma il mio vero mondo è la fotografia d’arte: sia perché amo l’arte e le arti visive nella loro totalità, sia perché mi piace dire di me, non che sono un fotografo, ma che uso la fotografia come mezzo espressivo.

Guardando i tuoi lavori, si legge una particolare predilezione per la staged photography e la messa in scena di situazioni. Ti va di parlare di questa scelta stilistica?

Io sono pigro di natura, non sono un ritardatario nel lavoro, ma quando posso, certe piccole cose della mia vita, le rimando il più possibile. Lo stesso ho fatto con la fotografia. I primi anni in cui mi sono avventurato in questa nuova passione, le persone che mi aiutavano a capirla, mi domandavano sempre perché scattassi così poco. Io non ci riuscivo, non sono mai stato una persona che si portava dietro la macchina fotografica ad ogni occasione, non mi interessava immortalare le persone per strada, né tanto meno il paesaggio o fare uscite fotografiche la domenica insieme ad altri amatori, preferivo viverla in un altro modo. Mi piace molto parlare di fotografia e in genere di tutte le arti visive e quando ho potuto e voluto evolvermi, ho scoperto la staged photography, insieme a quelli che sarebbero diventati i miei punti di riferimento. Ho capito che era quella la mia fotografia, ponderata, riflessiva e razionale, che solitamente consiste in un unico scatto e può richiedere da una mezza giornata ad alcuni mesi. Questa è stata una scelta espressiva per me molto importante, perché mi ha dato la possibilità di coniugare inclinazioni e passioni diverse. Quando dico che non mi ritengo solo fotografo ma uso la fotografia, intendo dire che la fotografia la vivo come scenografo, come costumista, come regista, sono solito cercare gli attori intorno a me, in base alle qualità specifiche delle persone che conosco e alcune volte sono io stesso l’interprete. La stessa cura che metto nello scatto la metto anche nello scovare le locations dei miei lavori, divertendomi a fotografare con una compatta, i luoghi che incontro tutti i giorni, per vederli in maniera differente e interpretarli. Una volta trovato l’attore, una volta trovato il luogo, vado a creare la scenografia. Amo curiosare nelle soffitte, nelle cantine e per mercatini alla ricerca di elementi che a volte fabbrico da solo; ci sono state fotografie dove ho preso ago e filo e in modo rudimentale, mi sono cucito gli abiti che mi occorrevano.

Con il progetto Foto For Fake, abbiamo voluto giocare con l’idea del mentire per raccontare la vera identità delle cose, per raccontare una verità diversa, una verità “altra”. Cosa pensi riguardo alla verità e alla menzogna in fotografia? Quali sono i limiti di una e dell’altra nei tuoi lavori?

Quando si parla di fotografia, ci troviamo sempre davanti alla questione che il suo compito debba essere quello di raccontare il vero, illustrare il mondo contemporaneo o uno spaccato di vita. A me piace interpretare. Dietro a ogni mia creazione, c’è sempre una lettura del nostro tempo. Questa lettura è data da una messa in scena, composta da vari elementi (attore, luogo, oggetti) legati al lavoro che ho in testa, ma anche alla scelta del tipo di fotografia adatta alla mia idea. Non mi faccio influenzare dal tempo, oggi sembra che si debba fotografare solo in digitale, io per primo lo faccio ma mi piace avere più mezzi a mia disposizione, amo la polaroid, ho ancora la camera oscura e di recente ho acquistato un banco ottico. Una volta studiato il progetto, scelgo il tipo di fotografia giusta, per raccontare la mia piccola verità o usando termini tuoi, la mia bugia. Quindi per quanto mi riguarda, non è tanto una bugia, quanto un’interpretazione. Cerco di spiegare le mie fotografie, ma il più delle volte non mi è possibile. Cito una frase di un pittore molto famoso, il quale diceva che se fosse riuscito a dirlo a parole non lo avrebbe dipinto. Spesso mi piace che le persone interpretino a modo proprio i miei scatti, anche se arrivare a farsi capire è sicuramente il traguardo più grande. Dietro ad ogni immagine c’è un messaggio, ma non mi piace imporlo. La cosa che mi interessa è creare un’emozione, è questo l’essenziale, ad esempio dietro alla mostra Today/Tomorrow, che verrà esposta all’interno di Foto For Fake, ci sono messaggi forti legati all’ambiente ed al mondo animale.

Parlando di Today/Tomorrow, al di là dei significati del tuo lavoro, come è nata questa serie? Quale è stato lo stimolo iniziale o la suggestione che ha dato il via a questa creazione?

Quando faccio una fotografia è perché la voglio fare, la voglio vivere. La staged photography è impegnativa dal punto di vista organizzativo: devi trovare il luogo, trovare il materiale e la persona giusta da fotografare, per fare uno scatto, proprio per un discorso tecnico, ci vuole del tempo. Non è un tipo di fotografia immediata, ma riflessiva e ponderata e per questo che non do mai una scadenza ai miei progetti, ma sento istintivamente quando un lavoro è concluso. Il primo dittico di Today/Tomorrow è nato da una richiesta della Galleria Istantanea di Siena che aveva deciso di proporre una collettiva dal titolo Tuscany Icons, invitando una serie di fotografi, fra cui Gianni Berengo Gardin, ad interpretare la Toscana. Questa cosa mi piacque molto, perché trovo stimolante lavorare partendo da un tema. Da questo pretesto ne è nato un dittico con quella che era la mia visione della mia regione e più in generale, la mia visione di come si sta evolvendo l’ambiente. Innamorato di questo primo dittico ho deciso di iniziare un lavoro più ampio, ricco di particolari dove tratto, a mio modo, il rapporto tra l’uomo e la natura. Mi piace che le persone osservino attentamente le mie fotografie alla ricerca dei dettagli nascosti.

Sembra che i tuoi personaggi abbiano un rapporto viscerale con il luogo in cui li ritrai, come se fosse il luogo stesso a plasmare le loro metamorfosi. Come influiscono i luoghi nelle situazioni che costruisci? Anche se abbiamo già, in parte, affrontato questo argomento, ti va di aggiungere qualcosa?

Alcune volte dietro al personaggio c’è il suo spaccato di vita, ma ogni singolo elemento che compone le mie fotografie, che sia il luogo o lo stesso personaggio, è importante; non c’è un componente che sormonti l’altro, c’è un equilibrio.

Condivido pienamente questo discorso e trovo che ti leghi, come scelte, all’arte e alla fotografia concettuale. Il fatto che ci sia un retroscena dietro a quello che si fa e che questo sia determinante nelle scelte che hanno influito sull’immagine finale, conferisce al lavoro una forte carica emotiva e simbolica.

Traffic, dalla serie “Play” – 2008 ©Francesco Minucci

C’è una fotografia di Play, che spiega benissimo questo mio approccio: si vede un garage pieno di automobili e un individuo seduto per terra che gioca con una pista di macchinine. Ero terribilmente affascinato da questa location, volevo fotografarla. Il protagonista è una delle poche persone che non conoscevo, tra quelle immortalate per questa serie ed è stato lui stesso a proporsi quando gli ho chiesto di poter fotografare il suo luogo di lavoro; non esitai perché nessun altro al mondo avrebbe potuto interpretare allo stesso modo il suo ambiente. Per entrare meglio in sintonia con lui sono andato più volte a trovarlo facendomi raccontare di sé e della sua vita, lo conoscevo, studiavo la fotografia ed ogni volta la mia idea iniziale si arricchiva di particolari.

Tornando alla questione del “Falso”, quali sono i “bugiardi” della fotografia nazionale e internazionale che hanno ispirato i tuoi lavori?

Potrei citarne tanti, tra questi Gregory Crewdson, David Lachapelle, Sarah Moon, Paolo Gioli, Giovanni Gastel; fotografi molto diversi tra loro ma che a mio avviso hanno un forte approccio con la fotografia: amo chi vive per essa.

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Questa voce è stata scritta da fotoforfake e pubblicata il settembre 20, 2012 su 1:55 pm. È archiviata in Expositions, Fakers, Il festival, Interviste con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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